Putin scarica Lavrov: gelo al Cremlino, il ministro degli Esteri “scomparso” dalle stanze del potere
Dopo oltre vent’anni di fedeltà assoluta al Cremlino, Sergei Lavrov, il volto storico della diplomazia russa, sembra essere stato messo da parte da Vladimir Putin. Le indiscrezioni provenienti da Mosca e confermate da diverse testate internazionali delineano un quadro in cui il presidente russo avrebbe progressivamente svuotato di potere il suo ministro più longevo, riducendone l’influenza sulle principali scelte di politica estera.
Tutto sarebbe cominciato dopo la telefonata del 21 ottobre tra Lavrov e il segretario di Stato americano Marco Rubio, episodio che avrebbe scatenato una vera crisi diplomatica. Secondo fonti citate dal Moscow Times e dal britannico Independent, proprio da quella conversazione sarebbe nata la decisione dell’ex presidente americano Donald Trump di annullare l’incontro con Putin previsto a Budapest. Un colpo durissimo per il Cremlino, che puntava su quell’appuntamento per rompere l’isolamento internazionale.
Putin non avrebbe gradito la gestione della vicenda da parte del suo ministro e, da allora, avrebbe iniziato a tagliarlo fuori dai dossier più sensibili. Segnali concreti della frattura non mancano: Lavrov non ha partecipato a una recente riunione del Consiglio di sicurezza russo sui test nucleari — un’assenza definita “concordata” dal quotidiano Kommersant, ma che in molti leggono come il primo sintomo di una caduta in disgrazia.
Un altro indizio arriva dal vertice del G20, dove per la prima volta in ventun anni Lavrov non guiderà la delegazione russa. Al suo posto, Putin ha scelto Maxim Oreshkin, suo stretto collaboratore e consigliere economico. Un segnale inequivocabile di sfiducia politica nei confronti del ministro, simbolo di una diplomazia ormai ritenuta troppo rigida e compromessa con l’Occidente.
Dal Cremlino, tuttavia, è arrivata una smentita ufficiale. Il portavoce Dmitry Peskov ha liquidato le voci come “speculazioni infondate”, ribadendo che Lavrov “continua a svolgere pienamente il suo ruolo di ministro degli Esteri”. Ma gli osservatori internazionali non sono convinti. Secondo Sky News, “Lavrov è sparito dai radar del potere russo: non appare accanto a Putin, non viene consultato sulle crisi globali e il suo peso politico sembra ridotto al minimo”.
Il momento di tensione tra i due arriva in un contesto già delicato: la guerra in Ucraina si trascina senza risultati strategici evidenti, le sanzioni internazionali pesano sull’economia russa e la scena diplomatica mondiale è dominata da nuovi equilibri, in cui Mosca fatica a trovare alleati credibili. In questo scenario, Putin avrebbe deciso di riaccentrarsi tutto il controllo della diplomazia, lasciando Lavrov in una posizione sempre più marginale.
L’analista russo indipendente Andrei Kolesnikov ha spiegato che “Lavrov rappresentava l’immagine della diplomazia tradizionale, utile negli anni dell’equilibrio con l’Occidente. Oggi, invece, Putin vuole una politica estera di potenza, più aggressiva e meno mediata, e Lavrov non incarna più quel modello”.
A Mosca, intanto, cresce la curiosità sul futuro del ministro. Nessuno parla apertamente di dimissioni, ma la sua esclusione dai tavoli che contano — sommata all’avanzata di figure più giovani e fedeli al presidente — fa pensare a una transizione già in corso.
Per gli esperti di geopolitica, se davvero Lavrov è stato “scaricato”, si tratta di una svolta storica. Non solo per la Russia, ma per l’intera architettura diplomatica internazionale: la fine dell’era Lavrov segnerebbe la chiusura di un capitolo iniziato ai tempi di Bush e proseguito attraverso Obama, Trump e Biden.
Un epilogo che sembrava impensabile fino a pochi mesi fa. Oggi, invece, il “falco della diplomazia russa” appare isolato, silenzioso e sostituito — almeno di fatto — da uomini più vicini al nuovo corso putiniano.
Il Cremlino smentisce, ma il gelo è palpabile: dopo vent’anni di fedeltà assoluta, Sergei Lavrov sembra essere diventato un simbolo ingombrante di un’epoca che Putin vuole lasciarsi alle spalle.


