Duplice omicidio di Serranova: condannato a 27 anni l’87enne Cosimo Calò per la morte del fratello e della cognata

Di Vincenzo Ottoboni ·4 min di lettura

Il Tribunale di Brindisi ha emesso una sentenza destinata a segnare una delle pagine più tragiche della cronaca pugliese degli ultimi anni. L’87enne Cosimo Calò è stato condannato a 27 anni di reclusione per l’omicidio del fratello Antonio Calò e della cognata Caterina Martucci, uccisi nella loro abitazione di Serranova, una frazione di Carovigno, in provincia di Brindisi.

La decisione è arrivata al termine di un processo complesso e carico di tensione emotiva, che ha ricostruito nei dettagli la dinamica e le motivazioni di un delitto maturato in un contesto familiare lacerato da vecchi rancori e da una eredità contesa. Secondo la ricostruzione della Procura, guidata dal pubblico ministero Francesco Carluccio, il movente sarebbe legato alla disputa su un terreno situato non lontano dalla casa delle vittime, oggetto di una lunga lite tra i due fratelli.

La sentenza, pronunciata dal giudice Maurizio Saso, è arrivata dopo ore di camera di consiglio. L’accusa aveva chiesto una condanna a 30 anni di carcere, ma il tribunale ha ritenuto di riconoscere alcune attenuanti generiche, fissando la pena a 27 anni. Oltre alla reclusione, il giudice ha disposto per l’imputato anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, come previsto per i reati di particolare gravità.

I fatti risalgono al 1° marzo 2023, quando i corpi di Antonio Calò, 83 anni, e della moglie Caterina Martucci, 80, furono trovati senza vita all’interno della loro abitazione. A lanciare l’allarme furono alcuni vicini, insospettiti dal silenzio e dal mancato avvistamento della coppia. I carabinieri, intervenuti sul posto, scoprirono una scena agghiacciante: i due anziani coniugi erano stati colpiti ripetutamente, probabilmente al culmine di una lite esplosa in casa.

Le indagini, condotte dal Reparto operativo dei Carabinieri di Brindisi, portarono in poche ore all’individuazione del sospettato: il fratello maggiore di Antonio, Cosimo, residente poco distante. Gli inquirenti, incrociando testimonianze e rilievi scientifici, raccolsero prove schiaccianti: tracce biologiche compatibili con l’imputato, insieme a incongruenze emerse durante gli interrogatori.

Nel corso del processo, la difesa ha tentato di sostenere la tesi di una possibile colluttazione accidentale o di un gesto d’impeto non premeditato, ma le evidenze raccolte hanno convinto il giudice della volontarietà dell’azione. Le perizie tecniche, unite ai risultati dell’autopsia, hanno infatti confermato che i colpi inferti furono numerosi e mirati, segno di una volontà precisa di uccidere.

Il contesto familiare, già deteriorato da anni di incomprensioni, è stato descritto dagli investigatori come un terreno minato da litigi, recriminazioni e risentimenti economici. Le discussioni sull’eredità di alcuni beni agricoli, in particolare un fondo di valore rilevante, avrebbero acuito le tensioni fino a sfociare nella tragedia.

La notizia della condanna ha suscitato grande commozione nella piccola comunità di Serranova, dove le vittime erano molto conosciute e stimate. Antonio Calò era un ex agricoltore in pensione, ricordato per la sua cordialità e il legame con la terra; la moglie Caterina era descritta dai vicini come una donna gentile e riservata. L’idea che a spezzare le loro vite sia stato un parente stretto ha lasciato sgomenti molti residenti, che ancora faticano a comprendere come una disputa familiare potesse degenerare in una simile violenza.

La vicenda, oltre a scuotere l’opinione pubblica, riapre il dibattito sul dramma delle liti ereditarie che, in molti casi, si trasformano in conflitti insanabili. Gli esperti sottolineano come le questioni patrimoniali, quando sommate a fragilità personali o familiari, possano diventare detonatori di tragedie impreviste, specialmente in contesti rurali dove i legami di sangue e la proprietà della terra mantengono un forte valore simbolico.

Con la condanna a 27 anni, si chiude — almeno giudiziariamente — una storia di odio e dolore che ha diviso una famiglia e segnato per sempre una comunità. Ma dietro la sentenza resta il vuoto di due vite spezzate e di una ferita che, per molti, difficilmente potrà rimarginarsi.

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