📢 Scandalo al Garante della Privacy: indagini interne, tensioni alle stelle e dimissioni improvvise. Ecco cosa sta davvero accadendo

Di Cesare Borgia ·4 min di lettura

Un terremoto istituzionale scuote il Garante per la protezione dei dati personali, trasformando un ordinario mercoledì di fine novembre in una giornata destinata a lasciare il segno. Tra assemblee infuocate, accuse di controlli invasivi e dimissioni inattese, l’Authority si trova al centro di una vicenda che intreccia fughe di notizie, tensioni interne e il confronto sempre più acceso con la trasmissione Report di Sigfrido Ranucci.

La scintilla esplode quando iniziano a circolare le prime indiscrezioni su una presunta sfiducia unanime del personale nei confronti del Collegio del Garante. La notizia, rimbalzata rapidamente tra siti e ambienti politici, dipinge l’Authority come un fortino assediato dai propri stessi dipendenti. A rilanciarla sono anche figure istituzionali che chiedono chiarimenti immediati e, in alcuni casi, invocano apertamente le dimissioni dei vertici.

Ma la ricostruzione non è così lineare, e le ore successive mostrano un quadro molto più complesso.

Secondo fonti interne, tutto avrebbe avuto origine da un’assemblea dei circa duecento dipendenti dell’Authority, convocata per discutere un tema particolarmente delicato: il mandato conferito al segretario generale Angelo Fanizza, nominato da poco, di individuare l’origine delle informazioni che avrebbero alimentato diverse puntate di Report. Un’indagine interna, quindi, pensata per scoprire eventuali “talpe” responsabili di aver rivelato dettagli sugli sviluppi e le attività dell’ente.

Durante l’assemblea, il confronto si sarebbe però intensificato dopo l’emergere di un dettaglio considerato inaccettabile dal personale: la possibilità che il controllo interno avesse coinvolto anche la corrispondenza digitale dei dipendenti, con un livello di profondità tale da risalire fino ai primi anni Duemila. Questo scenario avrebbe generato l’immediata reazione degli addetti ai lavori, dando vita a un voto compatto a favore della richiesta di dimissioni dell’intero Collegio.

La situazione precipita rapidamente. Gli stessi sindacati, inizialmente coinvolti nell’organizzazione dell’assemblea, preferiscono mantenere il massimo riserbo, definendo l’intera vicenda “troppo delicata” per essere commentata pubblicamente. E mentre ricostruzioni e smentite continuano a incrociarsi, il confronto diretto tra dipendenti e vertici viene finalmente accettato.

Nel tardo pomeriggio arriva il primo atto ufficiale: le dimissioni del segretario generale Angelo Fanizza. È un gesto che sorprende molti osservatori, perché il Collegio, almeno inizialmente, non sembra intenzionato a fare un passo indietro. In un comunicato serale, l’Authority prende le distanze dal documento a firma dell’ex segretario relativo alla richiesta di accesso ai dati dei dipendenti, precisando che quella iniziativa non avrebbe mai avuto seguito.

Non solo: il Collegio ribadisce che qualunque accesso del datore di lavoro ai dati personali dei dipendenti può costituire una violazione della privacy, un principio più volte riaffermato dagli orientamenti giurisprudenziali dell’ente stesso.

Nel frattempo, dall’esterno, la pressione resta altissima. Sigfrido Ranucci, che negli ultimi mesi ha dedicato più puntate di Report alle operazioni del Garante — subendo anche una sanzione per aver diffuso una telefonata privata dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano — non si tira indietro e annuncia di voler continuare il suo lavoro, “senza intromissioni”.

A margine della vicenda emerge però anche un elemento di forte polemica politica. Da più parti si sottolinea come, in certi ambienti della sinistra, il tema delle “talpe” sembri assumere un peso variabile a seconda dei protagonisti coinvolti. Quando a finire sotto i riflettori sono le dichiarazioni scomposte del consigliere del Presidente della Repubblica, Garofani, allora la richiesta è una sola: individuare e punire rapidamente chiunque abbia osato divulgarle. Ma quando la fuga di notizie riguarda invece Report e le sue indagini, improvvisamente tutto diventa “libertà di stampa”, “diritto di cronaca”, “coraggio giornalistico”. Una differenza di atteggiamento che molti non esitano a definire l’ennesimo esempio di doppiopesismo: due pesi e due misure, a seconda della convenienza politica del momento.

Intanto l’eco politica continua a dilagare. Alcuni rappresentanti del Parlamento chiedono chiarimenti immediati, mentre nell’Authority si registra un clima definito da più fonti come di “tensione e incredulità”. La vicenda, infatti, non si limita a un semplice scontro interno: coinvolge il ruolo pubblico dell’ente, la fiducia dei cittadini e il delicato equilibrio tra trasparenza e tutela dei dati personali.

La sensazione, sempre più diffusa, è che questo sia solo il primo capitolo di una storia destinata a far discutere ancora a lungo. E mentre la questione continua a evolversi, si attende di capire se le dimissioni di Fanizza saranno considerate un punto di arrivo o solo un passaggio verso nuovi, ulteriori scossoni.

Una cosa, però, appare già evidente: l’onda d’urto di questa giornata ha appena iniziato a propagarsi.

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