Pd tra fuoco amico e resa dei conti: così la vecchia guardia prepara l’assedio a Schlein

Di Cesare Borgia ·4 min di lettura

Il Partito Democratico è tornato al centro del dibattito politico, non per una nuova proposta o un’inedita visione d’Italia, ma per le tensioni che attraversano la sua stessa struttura interna. Da settimane, le dichiarazioni dei grandi nomi della vecchia guardia dem si susseguono come fendenti in una battaglia che ha il sapore della resa dei conti. Arturo Parisi, Romano Prodi, Paolo Gentiloni e Luigi Zanda – figure storiche del centrosinistra – hanno preso la parola in momenti diversi, ma tutti con un messaggio che converge in un’unica direzione: la leadership di Elly Schlein è in bilico e il progetto politico che la sostiene appare, agli occhi dei veterani, sempre più fragile.

Il primo affondo è arrivato da Arturo Parisi, ex ministro della Difesa e simbolo dell’ulivismo. Da osservatore esterno ma sempre attento, Parisi ha definito “incoerente” la linea del Pd, invitando il partito ad abbandonare quella che considera una deriva estremista. In più occasioni ha messo in discussione la credibilità di Schlein come guida del centrosinistra, arrivando a proporre il nome di Paolo Gentiloni come possibile figura di sintesi, un “federatore” in grado di ricomporre le fratture interne e restituire al partito un profilo più istituzionale.

A ruota è intervenuto proprio Gentiloni, oggi commissario europeo, che pur mantenendo toni diplomatici ha lanciato un messaggio inequivocabile: “Se pensiamo che l’alternativa a Meloni ci sia già, buona fortuna”. Un modo elegante ma tagliente per dire che il Pd, così com’è, non basta a costruire una reale opposizione di governo. Le sue parole hanno risuonato come un avvertimento a tutta la dirigenza: l’Italia non percepisce una proposta forte, e il rischio è che la distanza con gli elettori diventi incolmabile.

Non meno pesanti le considerazioni di Romano Prodi, che ha accusato il centrosinistra di aver “voltato le spalle all’Italia”. Per l’ex premier, l’attuale assetto del Pd non è in grado di offrire una visione alternativa alla destra, e la frammentazione interna ne mina ogni possibilità di rinascita. Un giudizio che, pur arrivando da chi non è più parte attiva del partito, porta con sé il peso di un’eredità storica.

Nel frattempo, Luigi Zanda ha definito “movimentismo dozzinale” la piattaforma dell’opposizione guidata da Schlein, evidenziando una crescente insofferenza verso il linguaggio politico e le scelte strategiche della segretaria. Nei corridoi del partito si parla di un “rischio accerchiamento”, un lento ma costante lavorìo di correnti, gruppi e figure di rilievo che starebbero preparando un’alternativa più ampia in vista delle prossime elezioni.

Sul tavolo circolano diversi nomi: dalla sindaca di Genova Silvia Salis al presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, che potrebbe uscire rafforzato dalle imminenti regionali. Nel frattempo, i riformisti – orfani della guida di Stefano Bonaccini – cercano una nuova sintesi tra esponenti come Delrio, Guerini, Picierno, Madia, Gori e Sensi.

Alla fine di novembre è previsto un incontro cruciale a Montepulciano, promosso dalle aree di Dario Franceschini, Roberto Speranza e Andrea Orlando, con l’obiettivo di creare un “cordone di protezione” attorno a Schlein ma anche di ridisegnare il profilo politico del Pd. L’evento sarà un banco di prova decisivo per capire se l’attuale leadership saprà resistere all’ondata di critiche o se, al contrario, si aprirà la strada a una nuova fase.

Mentre la legislatura entra nel suo secondo tempo, la pressione interna cresce. Gli equilibri si fanno più instabili, i giorni che separano il partito dalle prossime elezioni diminuiscono, e le manovre per il futuro diventano sempre meno astratte. Dietro i sorrisi di facciata e gli appelli all’unità, si prepara un risiko politico che potrebbe ridisegnare completamente il volto del centrosinistra.

In fondo, tutto ruota attorno a due parole che da sempre agitano i sonni del Pd: “alternativa mancata”. Un concetto che riecheggia in ogni stagione di crisi, segnando la distanza tra l’idea di un grande partito progressista e la realtà di una formazione divisa, dove il fuoco amico sembra spesso più pericoloso dell’avversario politico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *