Gaza, il difficile dopo: tra piani di pace e giochi di potere, si apre la successione a Hamas

Di Cesare Borgia ·4 min di lettura

Con il rilascio degli ostaggi e l’avvio della fase uno del piano Trump, la Striscia di Gaza entra in una nuova, delicatissima fase. Il cessate il fuoco e l’accordo raggiunto tra Israele e Hamas hanno acceso una timida speranza di stabilità, ma sul campo la situazione resta estremamente complessa. Le prossime settimane saranno decisive per capire se questo fragile equilibrio potrà reggere o se, al contrario, si aprirà una nuova stagione di tensioni e lotte interne.

Le prime frizioni non si sono fatte attendere. In un comunicato congiunto, Hamas, la Jihad islamica e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina hanno respinto l’idea di una tutela internazionale su Gaza, sostenendo che ogni futuro assetto dovrà restare interamente “in mani palestinesi”. Da parte sua, Bassem Naim, esponente di spicco di Hamas, ha già dichiarato la contrarietà del movimento a un disarmo totale, considerandolo inaccettabile finché Israele manterrà il controllo su parte del territorio.

Nel frattempo, i garanti dell’intesa – Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia – sono al lavoro per definire i contorni operativi della missione di stabilizzazione internazionale, nota come Isf (International Stabilization Force). Il piano, fortemente voluto dall’ex presidente americano Donald Trump, prevede l’invio di contingenti multinazionali con compiti di sorveglianza, sicurezza e coordinamento degli aiuti umanitari.

In queste ore, l’inviato speciale americano Steve Witkoff, accompagnato dal generale Brad Cooper, comandante del Centcom, ha effettuato un sopralluogo nella base aerea di Hatzor, in Israele, che fungerà da centro nevralgico delle operazioni. Al momento sono presenti circa 200 militari statunitensi, ma la loro missione sarà limitata alla logistica e al coordinamento. Gli americani non entreranno fisicamente a Gaza, lasciando le attività operative a contingenti provenienti da Qatar, Egitto, Turchia, Emirati Arabi Uniti e, probabilmente, da altri Paesi musulmani come Marocco, Indonesia e alcune repubbliche dell’Asia centrale.

L’Europa osserva e valuta: Francia e Italia si sono dette pronte a partecipare, ma restano dubbi sulla cornice di intervento. Parigi preferirebbe operare sotto il comando dell’Isf, mentre Roma auspica una missione con mandato ONU, che garantirebbe maggiore legittimità internazionale. Tuttavia, molti dettagli restano da definire, e l’ambiguità del piano – voluta per facilitare l’accordo iniziale – rischia di trasformarsi presto in un ostacolo.

Tra i nodi più delicati c’è la questione del disarmo di Hamas. L’organizzazione ha dichiarato di essere disposta a consegnare solo una parte del proprio arsenale, e solo all’Autorità nazionale palestinese, che dovrebbe amministrare Gaza nel periodo di transizione. Inoltre, Hamas chiede di poter mantenere un ruolo all’interno delle nuove forze di sicurezza locali. Nei giorni scorsi, fonti locali hanno segnalato la riapparizione di agenti di polizia affiliati a Hamas in alcune zone della Striscia, con la nomina di cinque governatori e la mobilitazione di circa 7.000 uomini, a dimostrazione di un potere che non intende scomparire.

Un altro punto critico riguarda il “board” di supervisione dell’accordo, formalmente presieduto da Trump. Nelle prime ipotesi era stato proposto un ruolo di coordinamento per Tony Blair, ex primo ministro britannico, ma la sua presenza è stata immediatamente respinta dai palestinesi. Hamas vuole mantenere un’influenza discreta ma concreta sulla gestione del territorio, anche se ufficialmente escluso dai tavoli decisionali.

L’insieme delle fazioni attive a Gaza rende il quadro ancora più complicato. Oltre ad Hamas e Jihad islamica, nella Striscia operano i tre Fronti palestinesi (popolare, democratico e quello di Jibril), diverse brigate del Fatah, gruppi jihadisti e salafiti, oltre a numerose milizie minori. Il rischio è che alcune di queste formazioni decidano di non riconoscere l’accordo, creando fratture interne e violenze locali.

Non mancano nemmeno gli attori paralleli: i clan tribali, spesso coinvolti nel contrabbando di armi e nella costruzione dei tunnel sotterranei, restano un elemento di potere autonomo. A questi si aggiungono milizie filo-israeliane, come quelle di Abu Shabab e Hussam al Astal, che potrebbero essere utilizzate da Tel Aviv per controllare indirettamente alcune aree strategiche.

Sul fronte israeliano, la posizione del primo ministro Benjamin Netanyahu è chiara: ogni violazione dell’accordo comporterà una ripresa immediata delle operazioni militari. L’esercito israeliano (Idf), infatti, mantiene ancora il controllo di circa metà della Striscia, pronto a intervenire in caso di nuovi scontri.

Tutto, dunque, resta sospeso su un equilibrio fragile. Il summit convocato al Cairo per lunedì, alla presenza del presidente americano e dei principali leader regionali, potrebbe fornire qualche chiarimento sui prossimi passi. Ma a Gaza la pace resta appesa a un filo, tra le ambizioni di potere, le diffidenze reciproche e un territorio devastato che fatica a immaginare il proprio futuro.

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