Una nazionale che non riesce a vedersi come ex grande: dopo l’ennesimo crollo torna l’incubo Mondiale. E a marzo può arrivare la terza apocalisse consecutiva

Di Mauro Ferris ·3 min di lettura

La Nazionale si ritrova nuovamente davanti a uno scenario che solo pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile: il rischio concreto di una terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali. Un’ipotesi che fino a qualche stagione fa apparteneva al regno delle distopie sportive, ma che oggi appare sullo sfondo come una possibilità reale, disturbante, difficile persino da pronunciare.

La crisi non nasce certo oggi. La ferita più profonda resta quella del 2017, quando la Svezia calò il sipario sul Mondiale in Russia, lasciando l’Italia fuori dal torneo per la prima volta dopo sessant’anni. Un colpo non solo sportivo, ma identitario: il Mondiale era una certezza, un appuntamento fisso, perfino nei periodi meno felici. L’Italia poteva deludere, ma c’era. L’idea di guardare la rassegna in televisione anziché viverla da protagonista appariva irreale.

Il tempo non ha lenito quella cicatrice. Semmai l’ha resa più fragile. Perché, quando nel 2022 fu la Macedonia del Nord a spezzare il sogno del Qatar, la frustrazione superò persino quella dello spareggio con la Svezia. Una partita storta può capitare, ma uno schiaffo così improvviso contro un’avversaria considerata abbordabile trasformò la delusione in rabbia. Tra i tifosi si diffuse una domanda inquietante: “Perché succede sempre a noi?”

Le altre grandi potenze calcistiche possono attraversare fasi complesse, ma raramente pagano lo scotto più pesante. L’Italia, invece, sembrò improvvisamente fragile, vulnerabile, esposta a un destino capriccioso e crudele. La Nazionale campione d’Europa non riusciva più a trovare né continuità né solidità, come se l’impresa di Wembley fosse stata un lampo isolato.

Il nuovo crollo contro la Norvegia ha aggiunto un altro tassello a questo mosaico di incertezze. Una sconfitta che non chiude matematicamente le porte del prossimo Mondiale, ma che rende il percorso molto più tortuoso. Il senso diffuso—nonostante la matematica lasci ancora margini—è quello della rassegnazione. La percezione condivisa è che l’Italia sia diventata, ormai, una formazione da seconda fascia, incapace di garantire affidabilità e continuità.

Il problema, però, non è solo tecnico. È profondamente psicologico. La Nazionale sembra soffrire una pressione che altre squadre non vivono. Ogni partita pesa come una finale, ogni errore diventa una condanna, ogni passo falso si trasforma in un dibattito nazionale. La squadra gioca spesso con il freno tirato, quasi temendo di ripetere gli errori del passato.

Eppure, il talento non manca. Ci sono giovani prospetti, giocatori di esperienza, un’eredità tecnica e tattica che storicamente ha reso l’Italia una delle scuole calcistiche più ricche al mondo. Ma la continuità non arriva, e la crescita sembra incepparsi sempre nel momento decisivo.

A marzo arriverà il vero esame: gli spareggi. Una formula che in questi anni ha regalato solo amarezze e che oggi rappresenta un bivio storico. Fallire ancora significherebbe aprire una crisi di sistema senza precedenti. Superare l’ostacolo, invece, può diventare la scintilla per ricostruire fiducia, entusiasmo e soprattutto identità.

Il Mondiale non è un diritto acquisito, ma una conquista. E per l’Italia, oggi, quella conquista passa da un percorso stretto e pieno di ostacoli. Il rischio di una terza “apocalisse” consecutiva non è un’iperbole: è una possibilità reale da affrontare con lucidità, coraggio e una ritrovata compattezza.

Marzo stabilirà se la Nazionale avrà imboccato definitivamente la strada del declino o se riuscirà, ancora una volta, a rialzarsi quando tutto sembra perduto.

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