Valentino Rossi ricorda Simoncelli nell’autobiografia «La mia storia

Di Mauro Ferris ·3 min di lettura

Valentino Rossi ripercorre nella sua autobiografia la morte di Marco Simoncelli, avvenuta in Malesia nel 2011. Il libro si intitola «La mia storia» ed è stato scritto con Giorgio Terruzzi. Lo pubblica Rizzoli, conta 480 pagine, costa 22 euro e sarà in libreria dal 10 novembre.

Rossi racconta di aver conosciuto Simoncelli, nato nel 1987, quando aveva quindici o sedici anni. Lo descrive come un ragazzone altissimo, con le braccia lunghe e le mani grandi, tanto da somigliare a Pippo, l’amico di Topolino: e Pippo era anche il suo soprannome. Nell’inverno tra il 2006 e il 2007 Simoncelli gli chiese: «Vale, ho bisogno di migliorare, di dimagrire. Mi prendi ad allenarmi con te?». Rossi spiega che non lo vedeva come un possibile rivale, ma come un fratello minore da sostenere.

Nel 2008 i due vinsero il titolo mondiale nella stessa stagione, Rossi in MotoGP e Simoncelli in 250. Nel 2010 Simoncelli debuttò in MotoGP con una Honda del team Gresini. Nel 2011 ottenne due pole position, il primo podio a Brno con il terzo posto e un secondo posto in Australia, la sua ultima gara.

Nel lungo curvone a destra, la curva dieci, mentre apriva il gas in piega, gli si chiuse l’anteriore e cadde. Rossi racconta di averlo visto scivolare verso l’esterno e di averlo considerato fuori dalla corsa. Un secondo, un secondo e mezzo dopo, Simoncelli, rimasto aggrappato alla moto, stava tornando verso il centro della pista.

Rossi, in lotta con Colin Edwards, lo vide solo all’ultimo istante. Lo urtarono entrambi, prima Edwards e subito dopo lui. Il cerchio della Ducati di Rossi si spezzò, ma il pilota rimase in piedi e finì sul prato.

Rossi scrive di essersi sentito responsabile dell’accaduto e ricorda il silenzio totale calato sul circuito. A dare la notizia della morte fu per primo Paolo Simoncelli, il padre di Marco, che aveva assistito all’incidente, aveva scavalcato il guardrail e aveva raggiunto il figlio. Rossi e Uccio tornarono nel loro ufficio, si sedettero per terra, fumarono e piansero.

Nei giorni successivi Rossi si chiese se avrebbe potuto evitare l’impatto, per esempio spostandosi più a destra. Oggi, scrive, la risposta è no, ma allora non ne aveva nessuna. Ricorda anche la veglia funebre con un piccolo gruppo di amici e la madre di Marco, Rossella, che preparava le lasagne quando i due andavano a girare in moto da cross.

Al ritorno dalla Malesia, all’aeroporto, i giornalisti gli chiesero se a trentadue anni pensasse di ritirarsi dopo quella tragedia. Rossi scrive di non averlo mai pensato, nemmeno in quei giorni, perché tutto faceva parte del gioco: a Marco correre era sempre piaciuto, e a lui pure.

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