Venezia sotto assedio: le “regine del borseggio” guadagnavano come calciatori di Serie A

Di Vincenzo Ottoboni ·5 min di lettura

Sotto le maschere e i canali da cartolina, Venezia nascondeva un impero parallelo fatto di furti, violenze e ricatti. Una rete criminale capace di muoversi tra calli e vaporetti con la precisione di un’orchestra ben diretta, dove le protagoniste erano giovani donne che ogni giorno riuscivano a mettere insieme fino a 2.500 euro a testa. Un guadagno che, su base annua, sfiorava le cifre dei giocatori di Serie A: oltre 700 mila euro l’anno, tutto frutto di borseggi, rapine e ricettazione.

Il blitz dei carabinieri: 23 misure cautelari

La città lagunare si è svegliata l’11 novembre con una delle più vaste operazioni contro il borseggio mai registrate. I carabinieri hanno eseguito 23 misure cautelari tra arresti, domiciliari e divieti di dimora, colpendo un gruppo organizzato che da anni seminava il panico tra i turisti e i pendolari.
Le indagate, quasi tutte donne di etnia rom e sinti, di nazionalità bosniaca e croata, avevano un’età media di appena 25 anni. Tre uomini, mariti di alcune di loro, completavano la struttura del clan. Le accuse spaziano dal furto aggravato alla ricettazione, fino alle lesioni personali e minacce.

Secondo quanto emerso, il gruppo aveva messo a segno almeno 32 colpi accertati per un bottino totale superiore ai 50 mila euro, ma il numero reale delle violazioni sarebbe molto più alto. Alcune complici minorenni, persino ragazze di meno di 14 anni, avrebbero partecipato a oltre 150 episodi di borseggio nel centro storico, tra la stazione di Santa Lucia, Mestre e i treni in arrivo o partenza da Venezia.

“Più ricche di un calciatore”

Il dato più sorprendente dell’indagine, coordinata dal pm Giorgio Gava e dal gip Lea Acampora, è l’enorme quantità di denaro che queste giovani riuscivano a incassare quotidianamente. “Due ore di lavoro a Rialto, e una giornata in stazione, bastavano per riempire le tasche”, hanno riferito gli investigatori.
Le borseggiatici arrivavano a guadagnare fino a 2.500 euro al giorno, somme che — calcolate su base annuale — le collocavano tra il 10% della popolazione più ricca d’Italia, superando gli stipendi di molti atleti professionisti.

Una ricchezza costruita sull’illegalità e sullo sfruttamento, che serviva anche a mantenere un lusso ostentato: abiti firmati, auto costose, vacanze e case affittate in centro. Le “regine del borseggio”, come sono state ribattezzate dagli inquirenti, vivevano una vita doppia: di giorno abili ladre tra i turisti, di notte donne dell’alta società nei locali della terraferma.

Schiavitù, minacce e coltelli

Dietro il denaro facile, però, si nascondeva un sistema di violenza e coercizione. Le indagini hanno svelato che alcune delle donne — anche incinte — venivano costrette a rubare, minacciate e picchiate dai capi dei clan. In più di un’occasione sarebbero state aggredite con coltelli puntati al volto per obbligarle a “uscire a lavorare”.

Le più giovani, che avrebbero dovuto essere protette, erano invece trattate come vere e proprie schiave. Le “anziane” del gruppo le addestravano al furto, insegnando come muoversi tra i turisti senza farsi notare. Chi si ribellava subiva punizioni esemplari.
Un vero e proprio sistema criminale strutturato, con ruoli precisi, gerarchie e regole ferree. Le donne che si distinguevano per abilità venivano premiate, mentre le altre rischiavano di essere isolate o picchiate.

La rete dei clan rom e sinti

Le indagini hanno tracciato una rete che collegava Venezia, Mestre, Trieste e persino Zagabria, con collegamenti diretti a famiglie criminali che si spartivano le zone di “lavoro”. Gli inquirenti parlano di un modello che ricordava le organizzazioni mafiose: ogni componente aveva un compito, e i proventi venivano spartiti secondo regole non scritte.

Il comandante dei carabinieri ha definito il gruppo “una macchina ben oliata”, capace di spostarsi con rapidità e di confondere le indagini grazie all’uso di documenti falsi e identità multiple. Le donne cambiavano aspetto di continuo: parrucche, cappelli, occhiali da sole e abiti larghi per non essere riconosciute.

Venezia, il palcoscenico perfetto

La città più romantica del mondo era diventata anche la più redditizia per i borseggiatori. Il flusso costante di turisti, spesso distratti tra fotografie e souvenir, rappresentava un terreno fertile. Dalla stazione ai vaporetti, dai ponti affollati alle fermate dei bus, le “professioniste del furto” si muovevano in coppia, fingendo di aiutare i visitatori o fingendosi madri con bambini in braccio.

Il caso ha suscitato enorme indignazione tra i veneziani, stanchi di un fenomeno che dura da anni. “Non è solo un problema di furti, ma di sicurezza e di dignità”, ha dichiarato una residente di Cannaregio.

Un impero crollato

Con il blitz dell’11 novembre, l’impero dei borseggiatori di Venezia sembra aver trovato la parola fine. Ma gli investigatori temono che altri gruppi siano già pronti a prenderne il posto.
Nel frattempo, la città lagunare tira un sospiro di sollievo.
Dietro le maschere di Carnevale, è caduto un altro volto nascosto di Venezia — quello di un business criminale che per anni ha trasformato i vicoli della Serenissima in un bancomat a cielo aperto.

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