Charlotte Casiraghi esordisce con La crepa e critica l’obbligo della resilienza

Di Vincenzo Ottoboni ·3 min di lettura
Illustrazione piatta di un libro aperto accanto a una crepa su una superficie chiara, con una rosa bianca e un diario
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Charlotte Casiraghi, 40 anni, figlia della principessa Carolina di Monaco e di Stefano Casiraghi, esordisce nella letteratura con «La crepa», pubblicato da La nave di Teseo. In un’intervista al Corriere della Sera racconta la fragilità dell’adolescenza, gli autori che l’hanno accompagnata e la sua insofferenza verso l’idea di riuscire «sempre e comunque».

La crepa, spiega, «è quella fragilità, vulnerabilità, che intacca l’idea troppo liscia che gli altri possono avere di noi». All’inizio del libro scrive di essere stata ridotta a un’immagine da carta patinata e di aver avuto voglia di urlare: «Non sono quella che credete». Ma precisa: «Non mi lamento, sarebbe osceno farlo». Ha scelto di parlare di sé non in modo esplicito, ma attraverso gli autori che ama, perché la confessione è «una tentazione troppo diffusa» e «si rischia di restare prigionieri di questa identità definita dal dolore».

Il padre morì in un incidente di motonautica quando lei aveva quattro anni. «Quando rivedo le mie foto a 11 anni, vedo che avevo un’aria seria, preoccupata, triste. Se stavo troppo male scrivevo lettere a mio padre che non c’era più, e il mio diario era diventato il mio rifugio». Un’amica, ricorda, le disse: «C’hai stufato con le tue poesie». La letteratura, da Baudelaire a Fitzgerald, da Colette a Duras e Achmatova, le ha permesso di superare «l’imbarazzo di non essere come gli altri».

Molte pagine sono dedicate a Cesare Pavese. «È forse un po’ paradossale citare Pavese in un libro che evoca la letteratura come un rifugio, ma credo che noi possiamo trovare comunque conforto in un libro come Il mestiere di vivere», ammette. «E poi non mi piace l’obbligo della resilienza».

Non ha nulla contro il concetto in sé, chiarisce, ma contro il suo abuso: «È diventata una forma di ingiunzione, che squalifica di fatto tutti quelli che non riescono a essere resilienti». E aggiunge: «Si può dire con lucidità e serenità che certi traumi, certe violenze per esempio, non si superano».

Sulla pressione che grava sui giovani, a proposito dei liceali che in Francia si stanno ribellando, osserva: «Pretendiamo che a 14 anni i ragazzini sappiano già che adulti vorranno essere, a quale università devono puntare, a quale mestiere sono destinati». Anche nell’equitazione, sua grande passione, dice di non essere mai stata ossessionata dalla prestazione: ha cercato soprattutto di costruire un rapporto di fiducia con il cavallo.

Un lunedì al mese Casiraghi ha usato filosofia e letteratura con le ragazze affette da anoressia ricoverate in un reparto di neuropsichiatria. Al primo incontro ha parlato di Maya Angelou, che da bambina per cinque anni si rifiutò di parlare: «Un bambino che non parla, o non mangia, esprime un dolore per il quale non riesce a trovare le parole».

Nel libro c’è anche il navigatore solitario Bernard Moitessier, autore de «La lunga rotta», che le ha consigliato il fratello Pierre. Nel 1969, quasi al termine del giro del mondo, Moitessier rinunciò al record. «Non vuole chiudere il cerchio», dice Casiraghi, «perché senza la linea di fuga, senza la crepa, non sarebbe più lo stesso».

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