Cinema e audiovisivo in crisi: nella Manovra 2026 tagli al Fondo unico e allarme tra produttori e maestranze

Di Lorenzo Frisia ·4 min di lettura

Il mondo del cinema e dell’audiovisivo italiano è in fermento dopo la diffusione della bozza della Manovra 2026, approvata dal Consiglio dei ministri e attesa in Parlamento nei prossimi giorni. Il testo prevede una riduzione consistente del Fondo unico per l’audiovisivo, che passerà dagli attuali “almeno 700 milioni di euro” a 510 milioni nel 2026, per poi scendere ulteriormente a 460 milioni nel 2027. Una sforbiciata che comporta una perdita di 190 milioni il prossimo anno e 240 milioni a partire dal 2027, riaccendendo la tensione in un comparto già provato da due anni di incertezze legate alla riforma del Tax Credit.

Una riduzione che scuote l’intera filiera

Il Fondo unico per l’audiovisivo, istituito nel 2016 dall’allora ministro Dario Franceschini, aveva rappresentato un pilastro per il rilancio della produzione cinematografica nazionale. Durante la pandemia, il sostegno pubblico aveva raggiunto il picco di 885 milioni di euro, una cifra che aveva permesso di salvaguardare centinaia di produzioni e migliaia di posti di lavoro. Oggi, però, l’industria del cinema si trova di fronte a una nuova stagione di incertezza.

Le associazioni di categoria, a partire dall’Anica, hanno parlato di “disastro annunciato”, avvertendo che i tagli comporteranno effetti immediati: meno film, meno serie, meno documentari, meno lavoro. Le prime conseguenze rischiano di farsi sentire già nel 2026, con produzioni bloccate, progetti rinviati e un effetto domino su tutto l’indotto, dagli studi di post-produzione alle sale cinematografiche, fino al turismo legato alle produzioni italiane.

Il sistema dei crediti d’imposta sotto revisione

La manovra introduce inoltre un cambiamento sostanziale nella gestione del Tax Credit, il sistema di incentivi fiscali che sostiene lo sviluppo e la realizzazione di opere cinematografiche e audiovisive. Il governo intende fissare un tetto massimo complessivo per i crediti d’imposta, all’interno del quale verranno distribuite le risorse.

Un meccanismo di monitoraggio trimestrale, basato su un sistema di “semafori”, verificherà il livello di spesa e di utilizzo dei fondi, con l’obiettivo di evitare sforamenti. Tuttavia, produttori e operatori del settore temono che questa misura possa rallentare la pianificazione dei progetti, creando ulteriori incertezze in un ambito già caratterizzato da margini economici ridotti.

Secondo la sottosegretaria all’Audiovisivo Lucia Borgonzoni, delegata dal ministro Giorgetti, il 60% delle produzioni italiane e la sicurezza di circa 120 mila lavoratori dipenderebbero direttamente da queste risorse. La prospettiva di un tetto unico, unita alla diminuzione del Fondo, rischia quindi di compromettere la stabilità dell’intero sistema produttivo.

Il paradosso dei film stranieri

Un altro punto critico evidenziato dagli operatori riguarda l’apparente squilibrio tra produzioni nazionali e straniere. La regista Francesca Comencini, presidente dell’associazione 100Autori, ha denunciato un “paradosso evidente”: mentre il cinema italiano subisce tagli, le produzioni internazionali continuano a beneficiare di agevolazioni fiscali, favorendo di fatto l’importazione di film piuttosto che l’esportazione di contenuti nazionali.

Comencini ha ricordato che i sistemi di sostegno pubblico all’audiovisivo esistono in tutta Europa e nel mondo occidentale, sottolineando come le risorse non siano “un’elemosina”, ma un investimento proporzionato alla ricchezza culturale ed economica che il cinema genera per il Paese.

Le reazioni del settore e dei sindacati

Anica, Agici, Apa e Cna Cinema e Audiovisivo hanno lanciato un appello urgente ai ministri Giorgetti e Giuli, chiedendo un confronto immediato e una revisione dei tagli. Il presidente di Confartigianato Cinema, Corrado Azzollini, ha espresso forte preoccupazione per la tenuta delle imprese del settore, già messe a dura prova da anni di crisi e da costi crescenti.

Sul fronte sindacale, la Slc-Cgil ha evidenziato i rischi occupazionali di una manovra che potrebbe ridurre ulteriormente le opportunità di lavoro nel campo dello spettacolo. La segretaria nazionale Sabina Di Marco ha sottolineato come il settore culturale, dopo decenni di riduzioni di bilancio, avrebbe bisogno di maggiori investimenti, non di nuovi tagli. “L’aumento della disoccupazione sarà inevitabile e rappresenterà un costo aggiuntivo per lo Stato”, ha dichiarato, annunciando la partecipazione del sindacato alle manifestazioni di piazza previste nei prossimi giorni.

In attesa dei decreti attuativi

Molto dipenderà dai decreti attuativi che dovranno definire la ripartizione del Fondo, la percentuale dei contributi selettivi e automatici, e la modulazione dei crediti d’imposta all’interno del tetto complessivo. Fino a quel momento, gli importi destinati alle singole misure restano incerti, lasciando in sospeso il futuro di un comparto che rappresenta non solo un pilastro culturale, ma anche un importante motore economico nazionale.

In un momento in cui il cinema italiano cercava di rialzarsi e di ritrovare il suo spazio nel panorama internazionale, la nuova manovra rischia di spegnere quella luce appena riaccesa. E a pagare il prezzo più alto, ancora una volta, potrebbero essere i lavoratori, gli artisti e le storie che danno voce al Paese.

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