La mattina di lunedì 20 ottobre 2025 sarà ricordata come una delle più caotiche nella storia recente del web. Una vasta interruzione dei servizi Amazon Web Services (AWS) ha causato malfunzionamenti e blocchi a centinaia di siti e piattaforme in tutto il mondo, con effetti a catena che hanno coinvolto milioni di utenti tra Europa e Stati Uniti.
L’incidente, iniziato intorno alle 9:00 ora italiana, ha rapidamente mostrato la portata dell’interdipendenza digitale su cui si basa l’attuale infrastruttura di Internet. Dalle app di messaggistica ai videogiochi online, dai servizi di intelligenza artificiale alle piattaforme di e-commerce, l’arresto improvviso dei server AWS ha reso inaccessibili o fortemente rallentati numerosi sistemi fondamentali.
In Italia, tra i primi a registrare problemi si sono segnalati Signal, Perplexity AI, Roblox, Clash Royale, Canva e Snapchat. Negli Stati Uniti, la situazione non è stata diversa: tra i servizi colpiti figurano Crunchyroll, la piattaforma di pagamenti Venmo e il social network Truth, di proprietà di Donald Trump. Anche le infrastrutture interne di Amazon — compreso il celebre marketplace e l’assistente vocale Alexa — hanno subito disservizi, evidenziando come persino il colosso di Seattle non sia immune dai guasti del proprio ecosistema.
Secondo quanto comunicato da Amazon Web Services attraverso la propria pagina ufficiale di monitoraggio, la causa del blackout è stata individuata in un malfunzionamento legato alla risoluzione DNS dell’endpoint API di DynamoDB nella regione US-EAST-1, una delle aree server più strategiche dell’intera rete AWS. In termini tecnici, la risoluzione DNS è il processo che consente ai computer di “tradurre” i nomi dei domini (come un sito o un servizio online) nei corrispondenti indirizzi IP. Se questo sistema smette di funzionare correttamente, le connessioni verso i database o le applicazioni remote falliscono, con il risultato che i servizi diventano inaccessibili.
Amazon ha dichiarato di aver «avviato diversi percorsi di intervento in parallelo per accelerare la risoluzione del problema». Dopo alcune ore di instabilità, la situazione ha iniziato gradualmente a normalizzarsi, ma per molte piattaforme la piena operatività è tornata solo nel pomeriggio.
L’incidente ha scatenato una valanga di commenti e ironie sui social. Molti utenti hanno sottolineato come un singolo malfunzionamento sia riuscito a “spegnere” una parte consistente del mondo digitale. «AWS è andato giù e ha trascinato con sé metà di Internet», ha scritto qualcuno su X, sintetizzando con sarcasmo la fragilità del sistema. Altri hanno raccontato episodi curiosi ma rivelatori: c’è chi non è riuscito ad accendere le luci di casa, poiché collegate all’assistente Alexa, anch’esso in tilt.
L’episodio riapre il dibattito sulla dipendenza globale dalle infrastrutture cloud centralizzate. Negli ultimi anni, il predominio di AWS, insieme a Microsoft Azure e Google Cloud, ha concentrato nelle mani di pochi operatori la maggior parte delle risorse digitali del pianeta. Un modello efficiente ma potenzialmente rischioso, come dimostrano eventi di questo tipo, in cui un singolo guasto tecnico può avere ripercussioni planetarie.
Il blackout del 20 ottobre 2025 rappresenta dunque un campanello d’allarme: la resilienza della rete globale necessita di una maggiore diversificazione e di strategie di backup più solide. In un’epoca in cui tutto — dal lavoro alla comunicazione, fino alla domotica — dipende dai servizi online, un semplice errore nella risoluzione DNS può trasformarsi in un fenomeno mondiale capace di fermare, letteralmente, metà di Internet.