Negli Stati Uniti cresce una nuova forma di protesta, lontana dai riflettori dei grandi media ma sempre più diffusa nelle periferie e nei piccoli centri: quella contro la costruzione dei data center. Dietro a semplici cartelli con la scritta “No Data Center”, piantati sui prati di villaggi e cittadine, si nasconde un movimento che mette in discussione il modello di sviluppo imposto dall’industria tecnologica e, in particolare, dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale.
Il fenomeno non riguarda le metropoli cosmopolite, ma l’America profonda: quella delle villette con la bandiera a stelle e strisce, delle famiglie legate al lavoro industriale e dei quartieri tranquilli dove il tempo sembra scorrere più lentamente. In luoghi come Hobart, nell’Indiana, o Columbia Gorge, in Oregon, l’arrivo improvviso di progetti giganteschi per nuovi centri di elaborazione dati ha scatenato una reazione imprevista. Le comunità locali, spesso abituate a sostenere politiche conservatrici e protezioniste, si ritrovano unite in una battaglia che supera le divisioni politiche: la difesa del territorio e della qualità della vita.
Le cause del malcontento sono molteplici. I data center, enormi strutture che ospitano migliaia di server, richiedono quantità imponenti di energia elettrica e di acqua per il raffreddamento dei sistemi. Ogni nuovo impianto significa un incremento della domanda energetica locale, con conseguenze dirette sulle bollette dei cittadini. In diverse aree del Paese, il costo dell’elettricità è già aumentato del 30% in seguito alla crescita di questi centri tecnologici. A ciò si aggiungono timori legati all’impatto ambientale, al rumore costante generato dalle turbine e, soprattutto, all’opacità dei progetti: dietro società con nomi generici e indirizzi anonimi, come DevCo Hobart, si nascondono spesso i giganti del web — Amazon, Google, Microsoft, Meta o OpenAI — che acquistano terreni e costruiscono infrastrutture senza fornire spiegazioni chiare alle comunità coinvolte.
Paradossalmente, mentre l’attuale amministrazione statunitense ha imposto dazi su numerosi prodotti tecnologici provenienti dall’estero, i componenti destinati ai data center sono stati esentati dalle nuove tariffe doganali. Il risultato è che il settore dell’intelligenza artificiale, e in particolare quello della costruzione delle sue infrastrutture fisiche, gode oggi di un trattamento privilegiato. Il cosiddetto AI building è divenuto il nuovo motore dell’economia americana, una corsa alla potenza di calcolo che ricorda, per intensità e impatto, la febbre delle ferrovie nell’Inghilterra dell’Ottocento.
Come allora, però, il progresso non è distribuito in modo uniforme. I colossi tecnologici accumulano profitti e valore in Borsa, mentre le comunità che ospitano i loro impianti si trovano ad affrontare costi crescenti e un’erosione silenziosa del proprio tessuto sociale. Nvidia, Microsoft, Meta e Oracle hanno raggiunto capitalizzazioni record, ma la loro ricchezza si fonda su infrastrutture che impattano pesantemente territori e risorse. È il paradosso dell’economia digitale: più cresce il valore virtuale, più si consuma il mondo reale.
Gli economisti paragonano questa fase a una bolla speculativa simile a quella delle ferrovie o di Internet. Gli investimenti nel settore superano ormai i 300 miliardi di dollari all’anno e molti esperti prevedono che gran parte delle imprese coinvolte non riuscirà a generare profitti nel breve periodo. Tuttavia, la rete di data center costruita oggi sopravvivrà anche a un eventuale crollo del mercato, determinando un cambiamento profondo nella geografia industriale e ambientale del pianeta.
Per chi vive nei luoghi scelti dalle Big Tech, il prezzo del progresso appare troppo alto. Il consumo d’acqua, il rumore, la perdita di spazi verdi e la sensazione di impotenza di fronte a colossi che agiscono nell’ombra alimentano un disagio che rischia di trasformarsi in conflitto sociale. I cartelli “No Data Center” sono solo il segnale visibile di una tensione crescente tra due Americhe: quella delle torri digitali e quella delle case con il prato, dei grattacieli e delle piccole comunità che temono di essere sacrificati sull’altare dell’intelligenza artificiale.
La rivoluzione tecnologica che promette di rendere il mondo più efficiente e connesso sta dunque incontrando la resistenza di chi si sente escluso o minacciato. È un nuovo capitolo nella storia delle disuguaglianze: non più soltanto economiche, ma anche territoriali. L’America che un tempo produceva acciaio e automobili ora ospita i templi della computazione globale, ma non tutti sono pronti ad accettare che il prezzo del futuro passi dal giardino di casa.