Tempesta diplomatica a Roma: le parole di Orbán mettono in imbarazzo Giorgia Meloni e agitano le cancellerie europee

Di Cesare Borgia ·5 min di lettura

Un viaggio che doveva essere di cortesia, con un incontro istituzionale e un’udienza in Vaticano, si è trasformato in un caso politico internazionale. Le dichiarazioni esplosive di Viktor Orbán, rilasciate durante la sua permanenza a Roma, hanno creato un terremoto diplomatico che ha colto di sorpresa Palazzo Chigi e gettato un’ombra di imbarazzo sul governo italiano.

Il premier ungherese, noto per la sua linea filo-russa e per le frequenti provocazioni nei confronti di Bruxelles, ha attaccato Unione Europea, Stati Uniti e stampa italiana in un’intervista concessa a la Repubblica, proprio poche ore prima del suo bilaterale con Giorgia Meloni. Un tempismo che ha alimentato sospetti e irritazioni nelle capitali europee e negli ambienti diplomatici di Washington, dove la sortita del leader magiaro è stata letta come un gesto politico deliberato — e, soprattutto, non isolato.

Il caso scoppiato a Roma

A Palazzo Chigi, tra lunedì pomeriggio e martedì mattina, si è respirata una tensione crescente. Le parole di Orbán, secondo fonti vicine al governo, hanno suscitato la preoccupazione che potessero essere interpretate come “avallate” o quantomeno tollerate dall’esecutivo italiano. Il sospetto, pur infondato, rischia di danneggiare la credibilità internazionale di Meloni, che in questa fase lavora per consolidare la fiducia di Bruxelles e Washington, già messa a dura prova da un’Europa divisa e da un’America in piena campagna elettorale.

Per questo motivo, nelle ore successive all’intervista, da Roma è partita un’indagine informale: contatti discreti con diplomatici e fonti interne per chiarire se l’iniziativa del premier ungherese fosse davvero spontanea o se, al contrario, fosse stata pianificata con fini politici. «È difficile credere – ammettono alcune fonti – che Orbán abbia deciso da solo di parlare con la stampa davanti all’hotel, senza alcun preavviso».

Meloni prende le distanze nel silenzio

La strategia scelta da Giorgia Meloni è chiara: minimizzare e tacere. Nessuna dichiarazione ufficiale, nessun commento diretto, nonostante le pressioni dell’opposizione e le richieste di chiarimento. La premier si è limitata a ribadire in via riservata che il viaggio di Orbán a Roma era motivato esclusivamente dall’incontro con Papa Leone XIV, non da un bilaterale politico con l’Italia. L’incontro a Palazzo Chigi, spiegano fonti interne, sarebbe stato solo “un gesto di cortesia istituzionale”.

Il silenzio della premier è però un’arma a doppio taglio. Da un lato serve a evitare attriti diretti con un alleato europeo problematico, dall’altro rischia di essere percepito come un segnale di complicità o debolezza.

Tajani corre ai ripari

L’unico a intervenire pubblicamente è stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha voluto chiarire, già durante il bilaterale in corso, che la linea di politica estera italiana resta saldamente ancorata alla Farnesina e a Palazzo Chigi, e non alle posizioni del “tandem Orbán-Salvini”.

Le parole del leader ungherese hanno infatti riacceso anche le tensioni interne alla maggioranza: il rapporto tra Lega e Fidesz — due partiti accomunati da una visione euroscettica e da un atteggiamento benevolo verso Mosca — rappresenta un nervo scoperto per Meloni. La premier, più attenta agli equilibri internazionali, non può permettersi che la sua politica estera appaia dettata da un asse sovranista in contrasto con la Nato e con l’Unione Europea.

Washington e Bruxelles osservano con sospetto

Le reazioni oltreconfine non si sono fatte attendere. A Bruxelles, i toni di Orbán sono stati definiti “provocatori e inaccettabili”, mentre a Washington diversi osservatori hanno parlato di un “atto di sabotaggio diplomatico” che mette in difficoltà un alleato strategico come l’Italia. Le parole del premier ungherese, in particolare le sue critiche alle sanzioni contro la Russia e al sostegno occidentale all’Ucraina, sono state interpretate come un attacco diretto alla linea transatlantica che Meloni ha sempre difeso.

Secondo fonti diplomatiche, durante il colloquio privato a Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio avrebbe ribadito a Orbán la necessità di sostenere Kiev e mantenere la compattezza del fronte occidentale, anche attraverso la pressione economica su Mosca. Una posizione diametralmente opposta rispetto a quella del leader ungherese, da sempre critico verso le sanzioni energetiche e favorevole a un dialogo diretto con il Cremlino.

Una partita di equilibrio delicato

In questo scenario, Meloni è costretta a camminare sul filo. Da un lato deve evitare di rompere con Orbán, partner di lungo corso nei consessi sovranisti europei e interlocutore privilegiato di Matteo Salvini; dall’altro deve rassicurare gli alleati atlantici sulla lealtà dell’Italia all’interno del blocco occidentale.

Per ora, la linea che trapela da Palazzo Chigi resta una sola: “È il solito Orbán, nessuna sorpresa”. Ma dietro questa formula di facciata si nasconde una preoccupazione concreta: che le uscite del premier ungherese, unite ai silenzi italiani, possano minare la credibilità internazionale di Roma proprio nel momento in cui la premier punta a rafforzare la sua immagine di leader affidabile e moderata sullo scacchiere globale.

Se l’intento di Orbán era quello di far parlare di sé, il risultato è stato centrato. Ma il prezzo politico, per ora, rischia di pagarlo Giorgia Meloni, costretta ancora una volta a difendersi dalle mosse di un alleato ingombrante e imprevedibile.

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