Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi respinge le accuse di voler reprimere il dissenso. In un’intervista concessa mentre il sabato pomeriggio seguiva dal suo ufficio le nuove manifestazioni, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha difeso la linea del governo sulla sicurezza dei cortei. «Fino a quando ci saranno manifestazioni io sarò qui, proprio perché il diritto di manifestare è parte integrante della vita democratica e sarà sempre garantito», ha detto.
A preoccupare il ministro è il «ricorrente tentativo di frange organizzate di strumentalizzare i cortei per alimentare tensioni, provocare incidenti e creare situazioni di disordine». Secondo Piantedosi, l’attività di prevenzione delle forze di polizia «sta cominciando a produrre i suoi effetti». Le «centinaia di fermi preventivi e di perquisizioni» svolti «sulla base di elementi concreti» e sotto il coordinamento dell’autorità giudiziaria sarebbero, a suo dire, gli elementi principali dei risultati ottenuti.
Alla domanda se il governo voglia reprimere chi dissente, il ministro ha risposto che dall’inizio di questa stagione di proteste «non è stata vietata alcuna manifestazione» e sono state consentite anche quelle non autorizzate. «Nonostante le centinaia di migliaia di persone scese in piazza, si registra pressoché l’assenza di manifestanti feriti a differenza dei rappresentanti delle forze dell’ordine. Ogni ipotesi di repressione mi sembra quantomeno fantasiosa», ha aggiunto.
Piantedosi ha chiesto a chiunque abbia «un ruolo di responsabilità», nei partiti e non solo, di dare un messaggio chiaro contro ogni forma di violenza, senza «comportamenti ambigui o accondiscendenti».
Sulla manovra e sulle proteste contro il carovita, il ministro ha sostenuto che il governo ha dato risposta «alle categorie più in difficoltà in maniera seria e concreta», rivendicando tra i risultati la crescita dei posti di lavoro, il crollo degli sbarchi e il calo dei reati.
Quanto agli autotrasportatori, pronti a nuove azioni, Piantedosi ha parlato di un comparto che soffre per «congiunture internazionali» non dovute a scelte del governo, dicendosi orgoglioso di aver garantito, d’intesa con la categoria, sia il diritto di protesta sia l’accesso dei cittadini ai servizi pubblici essenziali.
Sul fermo di Youssef Siher, il ministro ha escluso che si sia trattato di un errore investigativo o politico. La diversa valutazione degli elementi a suo carico, ha spiegato, si è sviluppata tutta in ambito giudiziario: da una parte l’ipotesi dei magistrati inquirenti, fondata su «un quadro indiziario particolarmente imponente», dall’altra la decisione contraria del giudice per le indagini preliminari.
Interpellato sull’opportunità di commentare la decisione della gip, Piantedosi ha richiamato la libertà di espressione di magistrati e politici e ha ribadito «piena la fiducia nell’operato degli organi investigativi e nel lavoro della magistratura».
Sui rapporti con le toghe, il ministro ha parlato di una «dialettica istituzionale, talvolta anche molto vivace», ma ha sottolineato che il rispetto reciproco tra le istituzioni è «un principio irrinunciabile, che non esclude naturalmente la possibilità di esprimere valutazioni critiche o posizioni differenti e questo deve valere per tutti».


