Trump a Tel Aviv, l’abbraccio con Netanyahu e l’annuncio della “fine della guerra” in Medio Oriente
Tel Aviv accoglie Donald Trump come un salvatore. Dalla spiaggia si legge, a caratteri giganteschi, la scritta “Grazie Trump”, visibile persino dal finestrino dell’Air Force One. È l’omaggio di migliaia di israeliani che lo considerano l’artefice dell’accordo che ha posto fine alla lunga e sanguinosa guerra con Hamas. Per molti, è stato lui a convincere Benjamin Netanyahu a fermarsi, a scegliere la via del negoziato dopo due anni di conflitto.
All’aeroporto Ben Gurion, il presidente americano viene accolto con una standing ovation e un entusiasmo che non si vedeva dai tempi del suo primo viaggio in Israele nel 2017. Allora, l’annuncio del riconoscimento di Gerusalemme come capitale aveva sancito un nuovo corso nei rapporti tra Stati Uniti e Israele; oggi, l’obiettivo dichiarato è la pace definitiva.
L’incontro con Netanyahu e il discorso alla Knesset
A Gerusalemme, Trump e Netanyahu si abbracciano più volte davanti alle telecamere. Un gesto carico di simbolismo, che vuole mostrare unità e complicità. L’ex presidente rompe il protocollo e invita il premier israeliano e la moglie Sara a salire con lui sulla limousine presidenziale. È un modo per sottolineare la sua vicinanza politica e personale a “Bibi”, come lo chiama affettuosamente durante il suo discorso alla Knesset, il Parlamento israeliano.
Trump parla per oltre un’ora, definendo l’accordo di cessate il fuoco “la fine del terrore e della morte”, e promettendo che da questa intesa nascerà “l’epoca d’oro del Medio Oriente”. Rievoca i venti punti del suo piano di pace, un documento ancora incerto nei dettagli, soprattutto riguardo al futuro della Striscia di Gaza e alla prospettiva di uno Stato palestinese. Tuttavia, lo presenta come il primo passo verso una stabilità duratura.
Il presidente ringrazia Dio “onnipotente, Abramo, Isacco e Giacobbe” e poi scende sul piano politico, elogiando il lavoro del suo inviato speciale per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e del genero Jared Kushner, che insieme alla moglie Ivanka lo hanno preceduto in Israele per preparare la visita. Kushner, spiega Trump, ha agito “come un negoziatore d’affari”, applicando il metodo americano: ottenere prima il consenso, discutere dopo i dettagli.
La diplomazia del denaro e la ricostruzione di Gaza
Il nuovo corso diplomatico passa anche dai numeri. Il piano prevede 53 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza, devastata da anni di bombardamenti e distruzione. Una cifra colossale, che Trump presenta come “un investimento nella pace”. I fondi proverranno da un consorzio internazionale di Paesi arabi e occidentali, ma restano ancora da definire i criteri di gestione e controllo.
Tra gli invitati d’onore alla cerimonia figurano anche Miriam Adelson, ereditiera e potente sostenitrice del Partito Repubblicano americano, e vari rappresentanti dei governi arabi coinvolti nei negoziati di Sharm el-Sheikh. Con tono ironico, Trump la cita durante il discorso: “Guardatela, così innocente e con 60 miliardi in banca”, suscitando risate e applausi tra i presenti.
Tra diplomazia e provocazione
Come spesso accade nei suoi interventi pubblici, Trump devia dal copione scritto dai suoi consiglieri. Definisce Netanyahu “un compagno difficile”, ma subito dopo lo difende dalle accuse di corruzione che pendono sul premier israeliano. “Ho un’idea – dice rivolgendosi al presidente Isaac Herzog – perché non gli concedi la grazia? Chi se ne importa di sigari e champagne?”, alludendo alle tangenti al centro del processo in corso.
La battuta suscita imbarazzo, ma conferma la volontà di Trump di influire anche sulle vicende interne israeliane. L’intervento, pur controverso, contiene un messaggio politico chiaro: la guerra è finita, e qualsiasi tentativo di riaccenderla verrà considerato un fallimento politico.
Reazioni e polemiche
L’intervento di Trump alla Knesset divide profondamente la scena politica israeliana. Il leader dell’opposizione Yair Lapid riconosce il ruolo dell’ex presidente americano nei negoziati, pur sottolineando la necessità di “una nuova visione per il futuro”. Alcuni parlamentari arabi israeliani vengono allontanati dall’aula dopo aver ricordato che una pace vera non può prescindere dal riconoscimento dello Stato palestinese. Al contrario, due deputati del partito di Netanyahu disertano l’assemblea, definendo l’accordo “una resa mascherata”.
Nonostante le tensioni, l’immagine che rimane è quella di un Trump trionfante, accolto da una folla in festa a Tel Aviv che intona “Thank you, Trump”. Mentre si prepara a volare verso Sharm el-Sheikh per il summit internazionale sulla ricostruzione di Gaza, l’ex presidente appare convinto di aver scritto una nuova pagina nella storia del Medio Oriente.
“Non è solo la fine della guerra – ha detto – ma l’inizio di un’era di pace, sicurezza e prosperità”. Parole che suonano come una promessa, ma che, alla prova dei fatti, dovranno misurarsi con la realtà complessa di una regione dove la pace, da decenni, è sempre rimasta sospesa tra speranza e illusione.


