Il mondo del cinema italiano piange la scomparsa di Tommaso Merighi, giovane regista bolognese morto a soli 31 anni dopo una malattia. Un talento raro, capace di unire sensibilità artistica e impegno sociale, la cui carriera – seppur breve – ha lasciato un segno profondo nel panorama audiovisivo contemporaneo.
La notizia della sua morte è stata diffusa da Cinemovel Foundation, realtà romagnola che da anni porta il cinema itinerante nei luoghi dove la cultura fatica ad arrivare. Sui social, l’associazione ha ricordato Merighi come «un compagno di viaggio, parte della nostra storia». Lo avevano visto crescere sin da bambino, fino a diventare un autore capace di raccontare le persone e le loro verità con uno sguardo autentico, mai costruito.
Un percorso fatto di curiosità e coraggio
La carriera di Tommaso Merighi nasce da una passione genuina per il racconto visivo. Laureato in Lettere Moderne all’Università di Bologna, prosegue la sua formazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano, dove affina il suo linguaggio filmico e la capacità di tradurre la realtà in immagini. La sua curiosità lo porta presto fuori dai confini italiani: nel 2015 realizza per la Repubblica un documentario dedicato ai migranti che avevano occupato il liceo Jean Quarré di Parigi, trasformandolo in un centro di accoglienza autogestito.
Già l’anno precedente, nel 2014, aveva documentato per Cinemovel una tappa di Libero Cinema in Libera Terra, progetto che unisce cultura e impegno civile contro le mafie. Fin dall’inizio, Merighi sceglie di mettere la telecamera al servizio delle storie marginali, degli spazi dimenticati, dei volti invisibili che popolano la società contemporanea.
Collaborazioni prestigiose e premi
Nel 2020 Merighi lavora come assistente alla regia di Gabriele Salvatores per il docufilm collettivo Fuori era primavera, un mosaico di esperienze umane nate durante il lockdown. La collaborazione con un regista di tale calibro segna un importante riconoscimento per il giovane filmmaker, confermando il suo talento e la sua capacità di visione.
Quattro anni più tardi, nel 2024, insieme a Niccolò Barca, riceve il Premio RAI al Festival del Cinema di Trento per Il ritorno del lupo, un documentario che esplora il delicato equilibrio tra uomo e natura. Ancora una volta, Merighi sceglie di raccontare una storia di confine, un dialogo tra mondi che spesso si ignorano ma che condividono la stessa terra.
“Allacciate le cinture”: il viaggio più importante
Il suo ultimo lavoro, considerato da molti la sua eredità artistica più significativa, è Allacciate le cinture – Il viaggio di Io, Capitano in Senegal. Il film documenta la distribuzione del capolavoro di Matteo Garrone nelle comunità senegalesi, mostrando le reazioni, le emozioni e gli incontri tra gli attori del film e gli spettatori africani.
In una delle sue ultime interviste, Merighi spiegava il senso profondo del progetto: «Abbiamo deciso di non aspettarci nulla, di accogliere ogni voce per come si manifestava, senza manipolarla. Era il nostro modo di essere al servizio dell’autenticità». Un approccio umile, sincero e potente, capace di restituire la verità senza sovrapporre il filtro dell’autore.
Un’eredità di luce e ascolto
Tommaso Merighi lascia un vuoto immenso tra chi lo ha conosciuto e stimato. Figlio di Claudio Merighi, ex vicesindaco di Bologna e figura di spicco del panorama politico locale, aveva scelto una strada diversa, ma non meno impegnata. Il suo cinema non cercava la ribalta, ma l’incontro: tra culture, generazioni, linguaggi e sensibilità.
Cinemovel, ricordandolo, ha scritto: «Portava il cinema dove non c’è più e dove non c’è mai stato». È forse questa la frase che meglio riassume il suo spirito. Tommaso Merighi non inseguiva il successo, ma la verità nascosta dietro ogni volto, la luce che si accende negli occhi di chi guarda un film per la prima volta.
Il suo lavoro continuerà a vivere nei documentari che ha lasciato, nelle immagini che raccontano chi siamo e dove stiamo andando. Un giovane regista che ha saputo trasformare il cinema in un gesto di condivisione, dimostrando che l’arte, quando nasce dall’ascolto, può davvero arrivare ovunque.