Roma si è tinta di rosso e di bandiere sindacali nella manifestazione nazionale organizzata dalla Cgil sotto lo slogan “Democrazia al lavoro”. Una folla imponente ha attraversato la capitale da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni, unendo voci, slogan e richieste che puntano a una nuova direzione per il Paese. Sul palco, accanto ai sindacalisti, esponenti politici e personalità del mondo dell’informazione hanno ribadito la necessità di una svolta sociale, economica e democratica.
Tra gli interventi più attesi, quello di Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra (Avs), che ha rilanciato l’idea di un fronte progressista unitario capace di proporre un’agenda di governo alternativa all’attuale maggioranza. Bonelli ha sottolineato come la destra, oggi al potere, stia mostrando segni di nervosismo di fronte a un processo di ricomposizione che si sta consolidando tra le opposizioni. “Il percorso di unità è ormai evidente – ha dichiarato –. Dopo le elezioni regionali si dovrà aprire un tavolo comune per costruire un’agenda condivisa. Mentre noi lavoriamo all’unità, loro reagiscono con attacchi e provocazioni.”
Durante la manifestazione, Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, ha salutato con entusiasmo la partecipazione straordinaria dei cittadini, definendo la giornata “una festa di democrazia e partecipazione popolare”. Dal palco di Piazza San Giovanni, Landini ha criticato duramente la legge di bilancio del governo Meloni, giudicata “sbagliata e iniqua”, perché colpisce i lavoratori, riduce gli investimenti pubblici e non offre soluzioni concrete alla precarietà diffusa. Ha inoltre ribadito che, in assenza di risposte da parte del governo, non si escludono nuove forme di mobilitazione, compresi scioperi nazionali.
La piazza ha voluto anche esprimere solidarietà al giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, vittima di un attentato intimidatorio. Dalle voci dei manifestanti e degli oratori è emerso un messaggio chiaro: difendere la libertà di stampa significa difendere la democrazia stessa. “Tagliare il giornalismo d’inchiesta – è stato detto dal palco – significa limitare il diritto dei cittadini a essere informati. Non è un caso se la nostra manifestazione si chiama Democrazia al lavoro: la libertà si difende solo praticandola, ogni giorno.”
Oltre ai temi della libertà di informazione, la protesta ha posto al centro le questioni economiche e sociali. Gianna Fracassi, segretaria della Flc Cgil, ha denunciato la totale assenza di investimenti nella scuola pubblica: “Nella manovra non c’è un euro in più per i contratti, né fondi perequativi. I precari sono oltre 300 mila e invece di stabilizzarli si tagliano risorse e si vietano le supplenze brevi.” Un grido di allarme condiviso anche da Federico Bozzanca della Fp Cgil, che ha richiamato l’attenzione sul rischio di un vero collasso della pubblica amministrazione: “Da qui al 2033 andranno in pensione 700 mila lavoratori pubblici. Servono assunzioni straordinarie per evitare la desertificazione dei servizi.”
Sul fronte politico, Nicola Fratoianni di Avs ha rilanciato la necessità di una coalizione stabile, capace di offrire al Paese un’alternativa credibile. “Non basta la battaglia parlamentare – ha dichiarato –. Bisogna costruire un progetto condiviso e un’alleanza sociale ampia, che metta al centro i bisogni reali delle persone.”
Duro anche l’attacco di Landini a Matteo Salvini, accusato di aver tradito le promesse fatte agli elettori sulle pensioni. “Aveva detto che avrebbe cancellato la legge Fornero – ha ricordato il segretario Cgil – e invece l’ha peggiorata. Oggi l’Italia ha l’età pensionabile più alta d’Europa, mentre i giovani vivono nella precarietà senza prospettive.”
La manifestazione si è chiusa tra gli applausi e le note di Bella Ciao, simbolo di resistenza e libertà. Un messaggio chiaro al governo: c’è un’Italia che non si riconosce nelle politiche attuali e che chiede giustizia sociale, salari più alti, diritti garantiti e un futuro sostenibile. In piazza San Giovanni, la voce unitaria di sindacati, movimenti e opposizioni ha mostrato che un’altra idea di Paese è possibile — e che la costruzione di quella alternativa è già cominciata.