La successione dell’impero costruito da Leonardo Del Vecchio continua a trasformarsi in un caso emblematico di come anche le dinastie più solide possano incrinarsi quando si aprono questioni patrimoniali di dimensioni colossali. A tre anni dalla morte del fondatore di EssilorLuxottica, la holding Delfin rimane al centro di una battaglia interna che coinvolge gli otto eredi, ognuno titolare del 12,5% delle quote. Una divisione apparentemente equilibrata, ma che nei fatti ha acceso conflitti, sospetti e tensioni tali da rendere incerto il futuro della società.

Il nuovo capitolo della contesa si è aperto con la convocazione di un’assemblea straordinaria che aveva un obiettivo molto preciso: discutere la richiesta di Rocco Basilico, intenzionato a trasferire una parte della propria quota in una holding lussemburghese a lui riconducibile. Una mossa che, nella sua visione, avrebbe dovuto consentire una migliore gestione patrimoniale. Per tutti gli altri, invece, è apparsa come un tentativo di manovrare la struttura societaria, scatenando immediate reazioni negative.

Durante l’assemblea, la richiesta di Basilico è stata infatti respinta da tutti gli altri eredi, in primis da Leonardo Maria Del Vecchio, che insieme ai suoi legali ha sollevato questioni giuridiche di grande rilevanza. Il nodo riguarda la natura stessa con cui Basilico avrebbe ottenuto la titolarità delle quote. Dopo la morte di Del Vecchio, secondo il testamento, a Basilico era stata attribuita la nuda proprietà mentre alla madre, Nicoletta Zampillo, era stato riconosciuto l’usufrutto. Pochi giorni dopo, la vedova aveva rinunciato a quest’ultimo. Una rinuncia che, interpretata come rinuncia al legato e non al diritto di usufrutto, produrrebbe un effetto retroattivo: l’usufrutto non sarebbe mai stato effettivamente acquisito, e dunque non sarebbe mai potuto essere oggetto di rinuncia valida.

È proprio su questa sottigliezza tecnica che si è innescata l’intera controversia. Se l’interpretazione portata avanti dagli altri eredi fosse corretta, la conseguenza sarebbe dirompente: Basilico non potrebbe essere considerato pieno proprietario delle quote ricevute, che tornerebbero così nella disponibilità collettiva degli eredi legittimi, i figli del fondatore. In altre parole, si aprirebbe un riassetto radicale dell’intera distribuzione ereditaria.

Una questione già estremamente delicata si intreccia poi con un elemento ulteriore: secondo lo statuto di Delfin, la cessione di quote tra vivi richiede il via libera dell’assemblea straordinaria. Un vincolo posto per evitare scosse all’assetto proprietario e garantire stabilità nella gestione dell’impero economico. La proposta di Basilico, nonostante la sua insistenza, non ha quindi superato la votazione.

Il valore del patrimonio in discussione spiega in parte la tensione. Delfin controlla partecipazioni strategiche che nel loro insieme superano i 50 miliardi di valore: EssilorLuxottica, la società immobiliare Covivio, e quote rilevanti in istituzioni bancarie e assicurative come UniCredit, Mps e Generali. Un mosaico finanziario che richiede equilibrio, visione e soprattutto compattezza interna, qualità che oggi sembrano vacillare.

Il confronto tra gli eredi è stato descritto come particolarmente acceso, tanto che la stessa Zampillo ha espresso rammarico per decisioni prese in un momento difficile della sua vita, riconoscendo implicitamente che la gestione iniziale della successione potrebbe essere stata influenzata da pressioni e consigli non sempre appropriati. Altri membri della famiglia hanno sottolineato il principio della prelazione, fondamentale in caso di trasferimento di quote, ribadendo la necessità di rispettare la volontà del fondatore e proteggere gli asset da operazioni considerate rischiose.

La vicenda lascia emergere un quadro complesso: l’eredità del magnate più influente dell’industria ottica italiana appare oggi segnata da tensioni profonde e posizioni difficili da conciliare. Un impero costruito in decenni di lavoro rischia ora di essere rallentato da un conflitto interno che molti considerano il prezzo inevitabile della ricchezza eccessiva unita all’assenza di una guida forte.

Resta da capire se la famiglia riuscirà a trovare un punto d’incontro o se la battaglia ereditaria continuerà ad allargarsi, trasformandosi in un caso destinato a occupare a lungo le cronache economiche italiane. Una cosa, però, è già evidente: l’eredità di Leonardo Del Vecchio non è solo un patrimonio immenso, ma anche un terreno minato che sta mettendo alla prova la solidità dei rapporti familiari e la stabilità del suo impero.

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