A più di dieci anni da uno dei delitti più agghiaccianti della cronaca italiana, torna a far discutere la vicenda di Pasquale Iacovone, l’uomo condannato all’ergastolo per aver ucciso i propri figli, Andrea e Davide, di soli 7 e 11 anni. Un atto di ferocia estrema consumato nel luglio del 2013 a Ono San Pietro, in provincia di Brescia, e che i giudici definirono una “vendetta disumana”. Oggi, a meno di dieci anni dalla sentenza definitiva, l’assassino potrebbe uscire dal carcere grazie a un permesso premio, scatenando l’indignazione e la paura della madre dei bambini, Erica Patti, sopravvissuta a un inferno che sembra non avere fine.
Nel 2016 la Corte d’assise d’appello di Brescia aveva confermato la condanna all’ergastolo, ricostruendo una vicenda segnata da anni di persecuzioni e minacce. L’uomo, già denunciato più volte per stalking dall’ex moglie, aveva pianificato l’omicidio dei figli con lucidità, spinto da un odio profondo nei confronti della donna. Nella notte del 16 luglio 2013, approfittando del sonno dei bambini, li soffocò nel loro letto e poi appiccò il fuoco alla casa, fingendo di voler morire insieme a loro. Rimase invece solo ustionato, sopravvivendo al rogo che aveva lui stesso provocato.
Nelle motivazioni della sentenza, i giudici scrissero che Iacovone “aveva deliberato di imporre un’ultima, definitiva sofferenza alla moglie, costringendola a vivere il dolore di una madre di fronte ai corpi carbonizzati dei propri figli”. Non un raptus, ma un’azione fredda e calcolata, finalizzata a infliggere la massima sofferenza possibile.
Ora, a distanza di anni, la prospettiva che l’uomo possa uscire temporaneamente dal carcere getta un’ombra inquietante sulla serenità di chi è sopravvissuto alla sua follia. Erica Patti, che da tempo denuncia la possibilità del rilascio, racconta di essere tornata a vivere nella paura: “Non sapere quando l’assassino dei tuoi figli può tornare in libertà è una condanna nella condanna”.
La donna lamenta inoltre l’assenza di misure di protezione adeguate: non sono previste restrizioni come il braccialetto elettronico o il divieto di avvicinamento, strumenti che potrebbero tutelare le vittime in casi di questo tipo. “Mi inquieta l’idea che possa circolare libero senza alcun controllo – ha dichiarato –. Non ha mai mostrato segni di pentimento, nemmeno in forma privata o simbolica. Sono certa che, se potesse, tornerebbe a cercarmi”.
Il caso riaccende il dibattito sul sistema dei permessi premio e sulla tutela delle vittime di reati efferati. Secondo l’attuale normativa, anche chi è condannato all’ergastolo può accedere a brevi periodi di libertà, se dimostra buona condotta e partecipazione a percorsi di rieducazione. Tuttavia, non sempre le vittime o i loro familiari vengono coinvolti nel processo decisionale. Patti chiede un cambiamento legislativo che permetta alle persone colpite da simili tragedie di essere ascoltate prima che un condannato per omicidio ottenga benefici: “Non chiedo vendetta, ma giustizia e sicurezza. È giusto che chi ha distrutto una famiglia resti lontano da chi ha già sofferto abbastanza”.
Il timore della donna non è solo personale, ma rappresenta un simbolo della paura collettiva che accompagna ogni volta la concessione di permessi a chi si è reso responsabile di crimini di sangue. La vicenda riporta al centro dell’attenzione la domanda che da anni divide giuristi e opinione pubblica: fino a che punto la rieducazione può prevalere sulla tutela delle vittime?
Mentre l’iter per il permesso di Iacovone procede, il dolore di una madre rimane immutato. Dieci anni dopo quel terribile luglio, Erica Patti continua a convivere con il ricordo dei suoi figli e con la consapevolezza che il loro assassino potrebbe presto camminare di nuovo libero. Un’ingiustizia che, per molti, mette a dura prova il significato stesso di “pena perpetua”.