Sigfrido Ranucci in Commissione Antimafia: audio secretato, domande esplosive e nuove ombre sull’attentato del 9 ottobre

Di Vincenzo Ottoboni ·3 min di lettura

L’audizione di Sigfrido Ranucci, storico conduttore di Report, davanti alla Commissione parlamentare Antimafia si è trasformata in un momento di forte tensione e di rinnovata attenzione mediatica. Convocato per chiarire i contorni dell’attentato subito il 9 ottobre, il giornalista ha affrontato anche il caso dell’audio che ha coinvolto Arianna Meloni, sorella della presidente del Consiglio e moglie del ministro Francesco Lollobrigida.

Ranucci, prima di entrare in Commissione, ha ribadito una posizione netta: “Mi sembra che Arianna Meloni non abbia detto ancora nulla sui contenuti di quei colloqui, ma ha sostenuto che l’audio diffuso non fosse di interesse pubblico. Io mi chiedo come possa non esserlo un file in cui la moglie di un ministro, che non è una persona privata ma una figura pubblica e collega Rai, chiede al marito di intervenire su una nomina ministeriale”. Un passaggio che tocca il cuore del dibattito sulla libertà di stampa e sul confine tra privacy e interesse collettivo.

L’audizione, seguita con attenzione dai membri della Commissione, ha avuto un momento particolarmente delicato quando Ranucci ha chiesto di spegnere l’audio e le telecamere, rendendo segreta una parte della sua deposizione. La richiesta è arrivata dopo una domanda dell’ex magistrato e senatore del Movimento 5 Stelle Roberto Scarpinato, che ha chiesto chiarimenti su un presunto pedinamento subito dal giornalista dopo una puntata di Report dedicata alla premier Giorgia Meloni. “Dopo quell’inchiesta lei ha parlato di pedinamenti attribuiti al sottosegretario Fazzolari – ha domandato Scarpinato – ci può dire se vede un legame tra quell’episodio e l’attentato di ottobre?”.

Ranucci ha risposto con prudenza: “Non ho ricevuto ulteriori minacce dopo quanto accaduto in ottobre. Non so a quale contesto ricondurre l’attentato, ma non si è trattato certo di un semplice fuoco d’artificio. Quelle auto a gas parcheggiate sotto casa mia avrebbero potuto far crollare la palazzina”. Una dichiarazione che lascia intendere la gravità dell’episodio e alimenta i dubbi su un possibile mandante o messaggio intimidatorio.

Il giornalista ha anche ricordato che, due giorni prima dell’attacco, aveva annunciato la messa in onda di una puntata dedicata a infiltrazioni della ’ndrangheta nel settore dell’energia eolica e al tema delle stragi irrisolte. Temi delicati, che negli anni hanno spesso posto Report al centro di pressioni e polemiche.

Nel corso dell’audizione, Ranucci ha poi speso parole di riconoscenza per il direttore di Rai 3, Paolo Corsini, definendolo “un direttore da rispettare, perché mi ha sempre garantito piena libertà editoriale”. Un concetto, quello della libertà giornalistica, che il conduttore ha difeso con fermezza, sottolineando come essa rappresenti un valore “inestimabile e non negoziabile”.

A chiudere l’incontro, è intervenuta la presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo, che ha espresso la solidarietà di tutti i membri nei confronti del conduttore: “La presenza di Sigfrido Ranucci qui oggi dimostra che le istituzioni intendono stare al fianco di chi, con il proprio lavoro, viene colpito da intimidazioni tanto gravi. Ogni tentativo di condizionamento o violenza contro la libertà di stampa va respinto con fermezza”.

La seduta, pur parzialmente secretata, lascia emergere un quadro inquietante. Da un lato, un giornalista d’inchiesta che continua a denunciare minacce e pressioni; dall’altro, un clima di tensione crescente attorno al rapporto tra politica, informazione e poteri occulti.

Mentre gli inquirenti proseguono le indagini sull’attentato e sul possibile movente, l’audizione in Antimafia segna un punto cruciale: la vicenda di Ranucci non è solo una questione personale, ma un simbolo della battaglia per la libertà di informazione in un Paese dove raccontare la verità può ancora significare esporsi a rischi estremi.

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