Dacia Maraini verso i 90 anni: il ricordo del campo di prigionia in Giappone

Di Vincenzo Ottoboni ·3 min di lettura

Sulla sua longevità la scrittrice dice: «Forse nel Dna c’è un segreto. L’esperienza nel campo di prigionia in Giappone mi insegnò a mangiare poco». E annuncia di pensare a un libro sulla madre, che definisce «un esempio di coraggio».

Il suo primo ricordo è la neve di Sapporo, sull’isola di Hokkaido, quando aveva due anni. Il padre aveva vinto una borsa di studio per studiare una popolazione arcaica del Nord del Giappone. Era un convinto antifascista, in contrasto con il nonno Antonio, «fascista della prima ora». La bambina giocava con i coetanei giapponesi e parlava il dialetto di Kyoto. A sei anni, accusata ingiustamente dal padre di aver rovinato un libro antico, scappò di casa e camminò per chilometri nelle vie di Tokyo, finché la polizia telefonò ai genitori.

Nel 1943 Mussolini pretese che gli italiani nei Paesi alleati aderissero alla Repubblica di Salò. Il padre e la madre, Topazia Alliata, rifiutarono. Alla proposta di mettere le tre figlie in un orfanotrofio giapponese, la madre rispose: «No. Se dobbiamo morire, moriremo insieme». Quell’orfanotrofio, ricorda Maraini, fu poi bombardato.

La famiglia fu portata in un campo a Nagoya, tutta in una stanza con un solo tatami. «Non era un campo di sterminio, ma ci stavano uccidendo con la fame», racconta la scrittrice. Si mangiava solo un pugno di riso, e la mancanza di proteine e vitamine provocò beriberi, scorbuto e anemia. La sorella Yuki è morta di una malattia delle ossa, mentre lei si è rotta nel tempo due volte il polso, la gamba e il bacino.

Quando i carcerieri negarono il cibo alle bambine, «figlie di traditori della patria», il padre si tagliò un mignolo con un’accetta e lo gettò addosso al capo dei carcerieri, Katsuya, secondo il rito samurai dello yubikiri. Una settimana dopo Katsuya portò una capretta: «La capretta ci ha salvato la vita».

In seguito i prigionieri furono trasferiti nel tempio buddista di Kosai-ji, in campagna. Per farsi trovare dagli aerei la madre, pur con le gambe paralizzate, cucì una grande bandiera italiana con un lenzuolo. Gli americani lanciarono viveri per 300 persone, ma dopo tanta fame si poteva mangiare solo un pezzetto per volta. La fine della guerra la annunciarono alcuni contadini, che chiesero agli studiosi del campo di spiegare il discorso dell’imperatore, pronunciato in giapponese antico. Fu il padre, con altri prigionieri, a tradurlo.

Il ritorno in Italia arrivò un anno dopo, per mancanza di navi, passando da Le Havre e da Parigi. La famiglia si stabilì prima a Firenze, poi in Sicilia, perché il padre e il nonno non andavano d’accordo.

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