Bolsonaro in manette all’alba: il colpo di scena che scuote il Brasile e rimette in gioco gli equilibri globali

Di Alessandro Torrisi ·4 min di lettura

L’arresto di Jair Bolsonaro nelle prime ore del mattino ha scatenato un terremoto politico senza precedenti in Brasile. Un’operazione rapida, silenziosa e inattesa ha portato l’ex presidente – già condannato a 27 anni e sei mesi per tentato golpe e altri reati – dalla sua abitazione di Brasilia direttamente nelle mani della Polizia Federale. Una scena che molti brasiliani non avrebbero mai immaginato di vedere, e che ora si intreccia con timori di fuga, tensioni internazionali e una nuova fase di incertezza per il Paese.

La decisione è arrivata dal giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes, figura centrale nelle indagini contro Bolsonaro e i suoi collaboratori. Il magistrato ha disposto una detenzione cautelare immediata, sottolineando la necessità di agire a fronte di un «concreto rischio di fuga». Un rischio reso ancora più evidente dalla manomissione della cavigliera elettronica che l’ex presidente indossava da luglio: un dettaglio che, secondo gli inquirenti, rappresenta un chiaro segnale di un tentativo di eludere la sorveglianza.

Il sospetto è che Bolsonaro potesse puntare verso l’ambasciata degli Stati Uniti, distante solo una manciata di minuti in auto dal suo condominio. Una fuga che, se portata a termine, avrebbe potuto aprire una crisi diplomatica di proportionsi incalcolabili. A rendere il quadro ancora più teso, la veglia organizzata dal figlio Flavio la sera precedente, vista dagli investigatori come un possibile diversivo per favorire eventuali movimenti non autorizzati.

Alle sei del mattino, un convoglio di almeno cinque auto della Polizia Federale ha raggiunto la residenza dell’ex capo di Stato. Pochi minuti dopo, Bolsonaro veniva accompagnato fuori in silenzio, senza manette, come espressamente disposto dal giudice. Secondo alcuni presenti, l’ex presidente sarebbe scoppiato in lacrime mentre lasciava l’edificio. Da lì, il trasferimento al quartier generale della Polizia Federale, dove resterà in detenzione preventiva a tempo indeterminato.

Il giorno precedente, la difesa aveva tentato un’ultima carta, chiedendo gli arresti domiciliari in virtù dell’età avanzata – 70 anni – e dei problemi di salute. Una richiesta respinta con fermezza, dopo che la Corte Suprema aveva già emesso una condanna pesantissima: tentativo di colpo di Stato, associazione criminale, attentato alla democrazia, danneggiamento del patrimonio pubblico. Reati che, secondo le autorità, collocano Bolsonaro non come un semplice leader politico ma come la mente di un progetto eversivo preparato con largo anticipo rispetto alla sconfitta elettorale del 2022.

Le accuse delineano un quadro inquietante: piani per rovesciare l’ordine costituzionale, un attacco diretto ai palazzi istituzionali dell’8 gennaio 2023 e perfino la progettazione dell’eliminazione del presidente Lula, del suo vice e dello stesso de Moraes. Un insieme di elementi che ha portato la magistratura brasiliana a definire l’ex presidente come un “capomafia politico”.

La vicenda ha inevitabilmente superato i confini nazionali. Donald Trump, storico alleato ideologico di Bolsonaro, ha reagito con durezza, definendo la sentenza brasiliana una “caccia alle streghe” e minacciando sanzioni personali contro vari giudici. Una posizione che ha irritato il governo brasiliano ma che, nelle ultime settimane, sembrava essersi ammorbidita dopo alcuni segnali di distensione tra Trump e Lula.

Nessuna apertura, invece, è arrivata dal presidente brasiliano. Lula ha ribadito che non ci sarà alcuna grazia: le istituzioni devono rispondere con fermezza a chi tenta di colpire lo Stato democratico. Una presa di posizione che rafforza l’idea che la vicenda Bolsonaro resterà un precedente storico per il Paese.

Con l’arresto dell’ex presidente, il Brasile entra ora in un territorio inesplorato. Mai, in oltre cinque secoli di storia, un ex capo di Stato era stato condannato e incarcerato per un progetto golpista. Ciò che accadrà nei prossimi mesi potrebbe ridefinire non solo l’equilibrio politico nazionale, ma anche i rapporti tra il Brasile e i grandi attori della scena internazionale.

Una storia destinata a far discutere ancora a lungo, e che segna una svolta epocale nella fragile democrazia sudamericana.

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