Un terremoto scuote Hollywood e la sua industria cinematografica. Dopo settimane di polemiche e tensioni legate al conflitto in Medio Oriente, la Paramount Pictures ha deciso di rivedere radicalmente le proprie politiche interne e la strategia produttiva. Alla guida di questo cambiamento c’è il nuovo amministratore delegato David Ellison, figlio del magnate della tecnologia Larry Ellison e fondatore di Skydance Media. La sua nomina, avvenuta solo pochi mesi fa, segna l’inizio di una nuova e controversa era per la storica major americana.
Il caso: Hollywood divisa dopo la lettera per Gaza
Tutto è cominciato con una lettera aperta firmata da oltre cento figure di spicco del cinema e della televisione, tra cui Emma Stone, Javier Bardem, Joaquin Phoenix, Mark Ruffalo, Olivia Colman e Tilda Swinton. Il documento, promosso dal collettivo Film Workers for Palestine, chiedeva un boicottaggio culturale nei confronti delle istituzioni cinematografiche israeliane, accusate di sostenere politiche di apartheid e violenza nei confronti dei palestinesi.
Paramount è stata la prima tra le grandi case di produzione di Hollywood a rifiutare pubblicamente di aderire a questa iniziativa, scatenando una bufera senza precedenti. La posizione ufficiale dello studio è stata quella di non voler “politicizzare la cultura”, ma dietro le quinte la scelta avrebbe provocato tensioni e divisioni interne tra dirigenti e artisti sotto contratto.
La lista nera e le nuove regole di Ellison
Secondo indiscrezioni riportate da Variety, Paramount avrebbe stilato una lista nera di attori, registi e professionisti considerati “non in linea con i valori aziendali”. Tra i criteri che avrebbero portato all’esclusione: posizioni pubbliche considerate antisemite, omofobe o discriminatorie. Sebbene non esista alcuna conferma ufficiale, in molti ritengono che i firmatari della lettera pro-Gaza siano stati di fatto messi ai margini della major.
Una decisione che ha scatenato un’ondata di indignazione nel mondo del cinema indipendente e tra i movimenti progressisti di Hollywood, accusando Paramount di censura e di voler “punire” chi esprime opinioni politiche scomode. D’altra parte, il nuovo CEO David Ellison sembra voler imprimere una svolta ideologica chiara: costruire una Paramount più “patriottica”, incentrata su storie e valori tipicamente americani.
La svolta conservatrice della nuova Paramount
Ellison avrebbe espresso la volontà di riconfigurare l’identità della casa di produzione, orientandola verso contenuti più vicini al pubblico conservatore statunitense. Alcuni analisti sostengono che il nuovo corso di Paramount possa diventare un punto di riferimento per il mondo culturale legato al movimento MAGA (Make America Great Again), ispirato all’ex presidente Donald Trump.
A confermare questa direzione è anche la scelta di affidare uno dei nuovi e più ambiziosi progetti della major al regista Peter Berg, noto per il suo cinema muscolare e patriottico. Berg, in una recente intervista, ha dichiarato di “ammirare alcune politiche di Trump”, parole che in altri contesti avrebbero potuto comprometterne la carriera ma che oggi sembrano aprirgli le porte della Paramount.
Hollywood tra censura e propaganda
La nuova strategia della casa di produzione americana riaccende il dibattito sul rapporto tra politica, arte e libertà di espressione. Da un lato, c’è chi sostiene la necessità di difendere la neutralità dell’intrattenimento di fronte a tematiche divisive; dall’altro, molti artisti denunciano un ritorno a forme di controllo ideologico che ricordano i periodi più bui dell’industria cinematografica, come il maccartismo degli anni ’50.
La situazione resta fluida, ma il clima a Hollywood è teso. Diverse produzioni in fase di sviluppo sono state sospese o cancellate, tra cui alcuni progetti che avrebbero dovuto coinvolgere star di prima grandezza come Emma Stone, Joaquin Phoenix e Javier Bardem.
Un cambio di era per il cinema americano
Con David Ellison al timone, Paramount sembra pronta a riscrivere le regole del gioco, anche a costo di perdere alcuni dei nomi più influenti del panorama internazionale. Una scelta che potrebbe ridefinire non solo l’identità della casa di produzione, ma anche l’equilibrio dell’intera Hollywood.
L’obiettivo dichiarato è quello di “riportare l’America al centro delle sue storie”. Ma la domanda che molti si pongono è un’altra: a quale prezzo?