I Radiohead e la controversia su Israele: tra musica, politica e accuse di ipocrisia
La band britannica dei Radiohead torna a far parlare di sé, ma questa volta non per un nuovo album o per un tour mondiale. Il gruppo guidato da Thom Yorke si è espresso pubblicamente sulla questione israelo-palestinese, affrontando un tema che, da anni, li pone al centro di aspre polemiche. Dopo il concerto del 2017 a Tel Aviv, fortemente contestato dal movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), e le successive tensioni con attivisti e manifestanti, i Radiohead hanno deciso di chiarire la propria posizione in una lunga intervista concessa alla rivista Time, a poche settimane dal ritorno sui palchi europei, con tappe previste anche in Italia.
Il dibattito su musica e politica, spesso intrecciato, ha assunto per la band toni sempre più personali. Thom Yorke, frontman del gruppo, ha raccontato come le accuse ricevute negli ultimi anni abbiano avuto un impatto profondo: “C’è chi pretende di dirci cosa dovremmo pensare o fare, come se la musica potesse essere ridotta a uno strumento di schieramento politico. È difficile accettare che un messaggio artistico venga trasformato in un bersaglio morale”. Il cantante ha ricordato alcuni episodi di contestazione diretta, come quando, per strada a Londra, gli è stato urlato “Libera la Palestina!”. Yorke ha cercato il dialogo, ma ha sottolineato come le discussioni pubbliche spesso degenerino in accuse reciproche, perdendo di vista i veri responsabili dei conflitti.
La posizione del musicista è chiara: non si tratta di negare la sofferenza del popolo palestinese, ma di rifiutare una logica di “caccia alle streghe” in cui ogni artista è obbligato a prendere una posizione netta, pena la condanna morale. “È come se ci fosse una prova di purezza ideologica – ha spiegato – dove chi non si schiera in modo assoluto viene automaticamente considerato complice. È una dinamica tossica che non porta alcuna soluzione concreta.”
Anche Jonny Greenwood, chitarrista della band, ha voluto chiarire il proprio punto di vista. Legato a Israele per motivi familiari e per la collaborazione con il musicista Dudu Tassa, Greenwood ha spesso dovuto difendersi dalle accuse di vicinanza al governo israeliano. “Non mi vergogno di aver lavorato con artisti arabi ed ebrei insieme – ha dichiarato –. È questo, semmai, il senso dell’arte: unire ciò che la politica divide.” Ha però espresso rammarico per aver coinvolto, suo malgrado, il resto del gruppo in una polemica tanto aspra: “L’unica cosa che mi pesa è averli trascinati in un vortice di accuse, ma non posso chiedere scusa per aver cercato il dialogo musicale tra culture diverse.”
La vicenda mette in luce una tensione più ampia: quella tra libertà artistica e responsabilità sociale. In un’epoca in cui ogni parola pubblica viene analizzata e giudicata, anche i musicisti si trovano a dover rispondere di scelte che, fino a qualche anno fa, sarebbero state considerate puramente artistiche. Greenwood ha osservato come “la sinistra cerchi traditori e la destra convertiti”, denunciando la crescente polarizzazione che non risparmia nemmeno la musica.
Alla domanda se la band tornerà mai a suonare in Israele, Yorke ha risposto negativamente, spiegando di non voler essere associato in alcun modo al governo di Benjamin Netanyahu. Tuttavia, ha riconosciuto le radici personali del compagno di band, mostrando comprensione per le sue scelte.
Il dibattito rimane aperto: i Radiohead sono vittime di una campagna ideologica o protagonisti inconsapevoli di un conflitto più grande di loro? Quel che è certo è che la band continua a incarnare un’idea di musica libera, capace di unire, ma inevitabilmente esposta alle tensioni di un mondo in cui arte e politica si intrecciano sempre più. In questo scenario complesso, la loro voce risuona non solo come difesa personale, ma come riflessione sul ruolo dell’artista contemporaneo, chiamato a camminare in equilibrio tra espressione e responsabilità.


