Il cinema contemporaneo trova raramente autori capaci di imprimere una firma riconoscibile e, allo stesso tempo, di spingere lo spettatore a oltrepassare i confini della narrazione tradizionale. Con Bugonia, il nuovo film di Yorgos Lanthimos con protagonista Emma Stone, questa sfida sembra pienamente vinta. L’opera segna il ritorno del regista greco a un territorio che conosce bene: quello dell’assurdo, del grottesco e del surreale, in cui l’ironia nera si mescola a un’indagine profonda sull’essenza dell’essere umano.
Lanthimos, già celebre per pellicole come The Lobster, La Favorita e Povere Creature!, si conferma come uno dei pochi registi contemporanei in grado di unire un linguaggio visivo raffinato a una visione filosofica destabilizzante. Bugonia rappresenta il suo decimo lungometraggio e, per molti, anche il più ambizioso. Il film è un remake del sudcoreano Save the Green Planet! del 2003, ma ciò che emerge è una reinterpretazione completa, in perfetta sintonia con l’universo lanthimosiano.
La trama — volutamente distorta e inafferrabile — è solo un pretesto per esplorare il confine tra realtà e follia, tra umanità e disumanità. Lanthimos utilizza la struttura narrativa come un prisma attraverso cui far passare i temi che più gli sono cari: l’alienazione, il controllo, la violenza latente, la ricerca di significato in un mondo che sembra averlo smarrito. Il risultato è un film che alterna momenti di comicità surreale a sequenze di inquietante lucidità, una danza visiva che spinge lo spettatore a riflettere e, allo stesso tempo, a sentirsi disorientato.
Non sorprende che il nome di Stanley Kubrick venga spesso evocato quando si parla di Yorgos Lanthimos. I due condividono una visione estetica e filosofica del cinema che trascende il semplice racconto. Entrambi concepiscono la macchina da presa come un occhio implacabile, capace di osservare l’assurdità del comportamento umano senza intervenire, lasciando che la realtà si riveli nella sua crudeltà e nel suo splendore. Le inquadrature simmetriche, la fotografia fredda e calcolata, il tono distaccato ma ironico: tutto in Bugonia richiama quella precisione quasi maniacale che rese Kubrick un punto di riferimento eterno.
Tuttavia, Lanthimos non si limita a riprendere quell’eredità. La reinventa, filtrandola attraverso un senso dell’umorismo nerissimo e un gusto per il paradosso che rendono ogni suo film unico. Se Kubrick metteva in scena la follia del potere e l’ineluttabilità del male, Lanthimos esplora la follia della normalità e l’assurdità della vita quotidiana. In Bugonia, come già in Il sacrificio del cervo sacro o Dogtooth, l’assurdo diventa lo strumento per svelare quanto sia fragile la nostra percezione della realtà.
Emma Stone, ormai musa e collaboratrice fissa del regista, raggiunge in Bugonia una nuova vetta interpretativa. Dopo i trionfi di La Favorita, Povere Creature! e Kinds of Kindness, l’attrice americana dimostra ancora una volta la sua capacità di reinventarsi in ruoli estremi, dove la recitazione richiede un equilibrio tra ironia e disperazione. La sua presenza costante nei film di Lanthimos non è casuale: rappresenta un esperimento di continuità artistica, un dialogo creativo in cui l’attore diventa parte integrante della visione del regista.
Il film si distingue anche per la colonna sonora firmata da Jerskin Fendrix, che contribuisce a creare un’atmosfera sospesa tra incubo e sogno, e per la fotografia di Robbie Ryan, che alterna geometrie rigide a improvvisi momenti di caos visivo. Ogni elemento è studiato per disorientare, per costringere lo spettatore a una partecipazione attiva, lontana dalla passività del cinema commerciale.
Con Bugonia, Yorgos Lanthimos conferma la propria posizione come autore imprescindibile della nostra epoca, un regista capace di unire rigore formale e visione radicale. L’opera non è solo un omaggio implicito a Stanley Kubrick, ma un passo ulteriore nella costruzione di un linguaggio cinematografico autonomo e riconoscibile. Se Kubrick ha mostrato la disumanità del potere, Lanthimos mostra il potere della disumanità quotidiana, con una lucidità che lascia senza fiato.
In un panorama dominato da sequel, effetti speciali e trame prevedibili, Bugonia emerge come un film necessario: disturbante, poetico, spietatamente attuale. Una parabola sull’uomo contemporaneo, incapace di comprendere se stesso, raccontata da un autore che, come i grandi maestri del passato, ha trasformato il cinema in una forma d’arte totale.