Il mondo della scuola italiana si ritrova ancora una volta al centro di un acceso dibattito: le gite scolastiche, un tempo momento di crescita, condivisione e scoperta, rischiano di diventare un privilegio riservato a pochi. Le nuove regole sui budget e alcune decisioni prese dagli istituti stanno alimentando tensioni tra famiglie, docenti e dirigenti, in un contesto economico sempre più difficile.

L’episodio che nelle ultime ore ha sollevato un’ondata di polemiche arriva da Ferrara, dove una preside ha introdotto un criterio di selezione che prevede la partecipazione ai viaggi solo per gli studenti con una media pari o superiore al sette. Una scelta che ha fatto discutere non solo i genitori, ma anche diversi educatori e dirigenti scolastici di tutta Italia, preoccupati dalle possibili conseguenze sul piano educativo e sociale.

La decisione arriva in un momento in cui il ministero ha introdotto un tetto massimo di spesa per le scuole: non oltre 140mila euro per istituto, cifra che obbliga molti dirigenti a rivedere completamente l’organizzazione dei viaggi d’istruzione. Le famiglie italiane, già colpite da aumenti generalizzati dei costi di vita, faticano sempre di più a sostenere le spese delle gite, mentre anche molti docenti rinunciano all’accompagnamento per motivi economici, logistici o personali.

In questo contesto, il criterio meritocratico scelto dalla dirigente di Ferrara ha fatto esplodere il dibattito. Per alcuni rappresenta un modo per responsabilizzare gli studenti e ottimizzare risorse limitate. Per altri — la maggioranza delle voci raccolte nel mondo scolastico — rischia di creare una scuola a due velocità, che premia chi è già avvantaggiato e lascia indietro chi avrebbe più bisogno di esperienze formative fuori dall’aula.

Andrea Di Mario, dirigente del liceo “Carducci” di Milano, ha espresso una posizione netta: “Escludere i meno bravi o gli studenti più difficili dalle gite è un errore educativo profondo”. Secondo Di Mario, i viaggi d’istruzione rappresentano uno dei pochi contesti in cui i ragazzi possono sentirsi parte di un gruppo al di fuori dei voti e delle valutazioni quotidiane. Lasciare indietro chi fatica di più potrebbe accentuare solitudine, demotivazione e disagio, anziché ridurli.

Il quadro economico, tuttavia, non aiuta. Molte famiglie hanno dichiarato di non potersi permettere le quote richieste per i viaggi, soprattutto quelli all’estero o con più pernottamenti. I docenti, dal canto loro, sono sempre meno disponibili ad assumersi la responsabilità dell’accompagnamento, spesso gravati da carichi di lavoro pesanti e da compensi considerati insufficienti per attività extra-orario così delicate.

A complicare ulteriormente la situazione c’è il divario territoriale: nelle regioni del Sud il numero di studenti che non può partecipare alle gite a causa dei costi è più alto, mentre in alcune scuole del Nord si tenta di tamponare la mancanza di fondi con iniziative di autofinanziamento che però non riescono sempre a coprire le necessità.

L’Italia si ritrova dunque davanti a un paradosso educativo: mentre si parla di inclusione, parità di opportunità e scuola aperta, le gite scolastiche rischiano di trasformarsi in un lusso, anziché in un momento educativo accessibile a tutti. E il criterio del “solo chi ha la media del sette” sembra destinato a diventare il simbolo di una frattura più ampia.

La discussione è destinata a continuare nelle prossime settimane, con famiglie e studenti che chiedono soluzioni più eque e con dirigenti scolastici che devono fare i conti con norme rigide, budget limitati e responsabilità crescenti. Quel che è certo è che la scuola italiana ha bisogno di ripensare profondamente il modo in cui organizza le attività formative extra-aula, per evitare che la cultura del viaggio diventi un privilegio e non un diritto.

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