La decisione è arrivata dopo giorni di tensioni interne e di fitti contatti tra Roma e Torino: Chiara Appendino ha ufficialmente rassegnato le dimissioni dalla carica di vicepresidente del Movimento 5 Stelle, formalizzandole nel corso della riunione del consiglio nazionale del partito svoltasi nella mattinata di sabato 18 ottobre. L’ex sindaca di Torino, oggi deputata, ha motivato la sua scelta con profondi disaccordi sulla direzione politica intrapresa dal Movimento sotto la guida di Giuseppe Conte.

La rottura annunciata

La decisione di Appendino non arriva come un fulmine a ciel sereno. Già da alcuni giorni, infatti, si parlava di un crescente malumore nella corrente torinese del Movimento, legato al rapporto sempre più stretto tra il M5S e il Partito Democratico. Le prime avvisaglie erano emerse nel corso dell’assemblea dei parlamentari grillini di martedì 14 ottobre, quando la deputata aveva espresso apertamente perplessità sulla strategia di alleanza con i dem, chiedendo un “cambio di postura” dopo i deludenti risultati elettorali in Toscana.

Durante quella riunione, Appendino avrebbe sottolineato la necessità per il Movimento di tornare a un’identità più autonoma, capace di distinguersi sia dal centrosinistra tradizionale sia dal populismo di destra, recuperando il legame con i cittadini che aveva garantito i successi del passato. Le sue parole, seppur condivise da una minoranza di esponenti, avevano segnato una frattura evidente con la linea ufficiale sostenuta da Conte e dal gruppo dirigente.

La telefonata con Conte

A tentare di ricucire lo strappo era stata una lunga telefonata tra Giuseppe Conte e Chiara Appendino, avvenuta alla vigilia della riunione del consiglio nazionale. Un confronto definito “franco ma teso” da fonti interne, durante il quale si è provato fino all’ultimo a evitare l’addio. Tuttavia, le posizioni sono rimaste distanti: Conte avrebbe ribadito la necessità di mantenere un dialogo strategico con il Partito Democratico, considerato un alleato imprescindibile per contrastare la destra al governo, mentre Appendino avrebbe insistito sulla necessità di un profilo più indipendente e radicale, in linea con i valori originari del Movimento.

Secondo ricostruzioni interne, la deputata piemontese avrebbe parlato di un “appiattimento politico” del M5S e di un rischio di perdita di identità. “Non possiamo essere percepiti come la costola sinistra del Pd – avrebbe dichiarato ai colleghi – ma come una forza autonoma, progressista e popolare”.

Le reazioni nel Movimento

Le dimissioni della ex sindaca di Torino hanno creato sconcerto e preoccupazione tra i vertici pentastellati. Durante la riunione, il presidente Conte ha cercato di smorzare i toni, ricordando che “le cariche all’interno del consiglio nazionale sono tutte in scadenza e quindi anche le vicepresidenze verranno rinnovate a breve”. Tuttavia, dietro le parole concilianti, si nasconde una realtà più complessa: l’uscita di Appendino rappresenta infatti il segnale più forte di una tensione interna latente, che da tempo attraversa il Movimento.

Negli ambienti parlamentari si parla di due visioni contrapposte: da un lato chi sostiene la necessità di consolidare l’alleanza con il centrosinistra in vista delle prossime amministrative e delle europee del 2026, dall’altro chi invoca un ritorno alle origini, puntando su temi sociali, ambientali e di giustizia economica per riconquistare il consenso perduto. Appendino si colloca chiaramente in quest’ultima corrente, insieme a una parte dei deputati più vicini al gruppo torinese e a figure storiche del Movimento.

Il futuro di Appendino e del M5S

Per ora, la deputata piemontese ha scelto il silenzio pubblico, limitandosi a confermare la propria decisione senza rilasciare dichiarazioni ufficiali. Tuttavia, i suoi collaboratori fanno sapere che continuerà a militare nel Movimento, pur rinunciando a incarichi di vertice. Nessuna intenzione, quindi, di abbandonare il partito, ma un chiaro segnale politico di dissenso.

Dal canto suo, Giuseppe Conte ha ribadito l’intenzione di proseguire sulla linea del dialogo con le altre forze progressiste, convinto che la costruzione di un fronte comune sia l’unica strada per contrastare l’attuale maggioranza. Tuttavia, le dimissioni di Appendino mettono in evidenza un problema più profondo: la riconciliazione tra l’anima originaria e quella istituzionale del Movimento, diviso tra la spinta ideale e la necessità di governare.

Il passo indietro di Chiara Appendino, simbolo di una stagione politica segnata dalla partecipazione e dal rinnovamento, segna così una nuova fase di incertezza per il Movimento 5 Stelle, chiamato a ridefinire la propria identità prima che le fratture interne diventino insanabili.

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