Nella serata di ieri, al Teatro Franco Parenti di Milano, si è celebrato il centenario dell’Università Ebraica di Gerusalemme, una delle istituzioni accademiche più prestigiose del mondo. Eppure, la ricorrenza è passata quasi inosservata. Poche testate ne hanno parlato, nessun ateneo milanese ha partecipato ufficialmente e l’evento si è svolto come un incontro “clandestino”, in un clima di discrezione forzata e di timore. Un segnale inquietante in un’epoca segnata dal ritorno di vecchie ostilità e da un crescente clima di antisemitismo culturale che rischia di intaccare il dialogo tra comunità e tradizioni.

Fondata nel 1925, ben prima della nascita dello Stato di Israele, l’Università Ebraica di Gerusalemme rappresenta uno dei simboli più alti della cooperazione intellettuale tra popoli. Il suo progetto nacque dall’intuizione di Albert Einstein, Sigmund Freud e Martin Buber, pensatori che immaginavano un luogo dove il sapere potesse unire e non dividere, dove ebrei, cristiani e musulmani potessero studiare insieme e confrontarsi liberamente. Nei decenni successivi, l’ateneo è diventato un crocevia di scienza e cultura, ospitando studiosi di fama mondiale e producendo sei premi Nobel.

Oggi l’università conta un 20% di studenti musulmani e cristiani, tiene corsi in ebraico, inglese e arabo, e continua a essere un laboratorio di convivenza in un territorio attraversato da tensioni politiche e religiose. Tuttavia, come ha sottolineato lo storico Carlo Ginzburg durante la serata milanese, questa istituzione non può essere confusa con le scelte dell’attuale governo israeliano. Ginzburg, intervenuto con parole dure, ha criticato la politica del premier Benjamin Netanyahu dopo gli eventi del 7 ottobre, ricordando che l’università “è un luogo del pensiero critico, non della propaganda”.

Il teologo e psicoanalista Massimo Recalcati ha espresso rammarico per l’assenza delle università milanesi, che non hanno voluto partecipare né patrocinare l’iniziativa. “È un segno dei tempi”, ha osservato, “un tempo in cui la paura di schierarsi o di essere fraintesi prevale sulla libertà accademica e sulla solidarietà culturale”.

Durante la cerimonia, David Meghnagi, psicologo e docente di cultura ebraica, ha ricordato che l’Università Ebraica “è un grande laboratorio di convivenza e di conoscenza reciproca, dove il sapere non ha confini religiosi né politici”. Anche monsignor Pier Francesco Fumagalli, presidente dell’Associazione Italia-Israele di Milano, ha ribadito l’importanza del dialogo interreligioso, sottolineando come l’ateneo di Gerusalemme rappresenti un punto d’incontro tra la spiritualità ebraica e quella cristiana.

Tra i partecipanti anche Maurizio Molinari, direttore de “la Repubblica”, e Marcello Fidanzio, teologo e archeologo biblico, che hanno sottolineato la necessità di difendere la libertà accademica in un momento storico in cui l’informazione e il dibattito pubblico sembrano sempre più polarizzati.

La sensazione condivisa tra i presenti è stata quella di un isolamento preoccupante. Un evento che avrebbe dovuto celebrare la forza del pensiero libero si è svolto in sordina, quasi con il timore di suscitare polemiche. Eppure, l’eredità dell’Università Ebraica è legata proprio al coraggio di pensare controcorrente. Nata in un’epoca segnata da conflitti e persecuzioni, l’istituzione ha accolto negli anni Trenta molti professori ebrei tedeschi in fuga dal nazismo e, dopo le leggi razziali del fascismo, anche luminari italiani come Enzo Bonaventura, tra i pionieri della psicoanalisi nel nostro Paese, espulso dall’Università di Firenze.

Oggi, a cent’anni dalla sua fondazione, quell’eredità appare più fragile che mai. Come ha ricordato Sergio Della Pergola, sociologo e docente emerito dell’ateneo, “l’università non è un luogo di potere, ma di pensiero. È lì che il dissenso diventa dialogo e la diversità genera conoscenza”.

Il centenario dell’Università Ebraica di Gerusalemme non è solo una ricorrenza accademica: è un appello a ricucire le relazioni culturali e umane tra mondi che la paura e l’intolleranza stanno nuovamente separando. L’ex ambasciatore Sergio Barbanti ha invitato a un impegno concreto per “ricostruire, passo dopo passo, quel tessuto di collaborazione che per decenni ha unito l’Italia e Israele nel nome della ricerca e del sapere”.

Nel silenzio generale che ha accompagnato la cerimonia, è risuonata una lezione tanto semplice quanto urgente: la cultura del dialogo, per sopravvivere, ha bisogno di coraggio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *