Dal 1° gennaio 2025 la Procreazione medicalmente assistita (PMA) è ufficialmente entrata a far parte dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), segnando un passo significativo nel riconoscimento del diritto alla genitorialità e nell’equità di accesso alle cure. Tuttavia, a quasi un anno dall’entrata in vigore del provvedimento, la situazione sul territorio nazionale resta frammentata. Le differenze regionali sono profonde, e l’applicazione concreta della misura è ancora lontana da una piena uniformità.
A lanciare l’allarme è stata la Fondazione PMA Italia, per voce del suo presidente Luca Mencaglia, intervenuto al Forum Sistema Salute di Firenze durante la tavola rotonda dedicata allo stato di attuazione dei nuovi LEA. Mencaglia ha sottolineato come “in Italia esista un grave divario tra regioni riguardo all’inclusione della PMA nei LEA. Attualmente, il servizio è garantito solo in Toscana, Lazio ed Emilia-Romagna, mentre il Sud resta sostanzialmente scoperto. Anche la Lombardia, nonostante le risorse disponibili, non ha ancora approvato una delibera per l’applicazione effettiva”. Una condizione che, secondo l’esperto, richiede un intervento immediato da parte del Ministero della Salute per correggere una disparità che rischia di compromettere il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione.
La PMA in Italia: numeri e realtà
La Procreazione medicalmente assistita rappresenta oggi una risorsa essenziale per migliaia di coppie che affrontano difficoltà nel concepimento. Le tecniche di PMA comprendono procedure di fecondazione omologa ed eterologa, e costituiscono una risposta concreta ai problemi di infertilità, un fenomeno in costante crescita anche nel nostro Paese.
Secondo la Relazione al Parlamento 2024 del Ministero della Salute, tra il 2021 e il 2022 si è registrato un aumento del numero di coppie trattate, passato da 86.090 a 87.192, e dei cicli di trattamento, cresciuti da 108.067 a 109.755. Anche i bambini nati vivi grazie alla PMA sono aumentati, passando da 16.625 a 16.718. Dati che confermano un trend positivo e un interesse crescente verso queste tecniche.
L’Istituto Superiore di Sanità, nella sua analisi di lungo periodo, ha evidenziato come dal 2004, anno di approvazione della legge 40 che regola la materia, i trattamenti di PMA siano raddoppiati, segno di un bisogno reale e diffuso. Tuttavia, la crescita delle richieste non si accompagna ancora a un accesso equo sul piano territoriale.
Disuguaglianze geografiche e mobilità sanitaria
Le differenze regionali nella disponibilità e nei costi delle cure rappresentano oggi uno dei nodi più critici. I centri di II e III livello, dove si effettuano i trattamenti più complessi, sono concentrati prevalentemente nel Centro-Nord, lasciando il Mezzogiorno in una situazione di forte carenza. Regioni come Calabria, Basilicata e Molise contano pochissime strutture pubbliche o convenzionate, quando non ne sono del tutto prive.
Di conseguenza, molte coppie sono costrette a spostarsi per poter accedere ai trattamenti. Secondo i dati del Ministero, circa il 26,5% delle coppie che ricorrono alla fecondazione omologa e quasi il 40% di quelle che scelgono l’eterologa si muovono dal Sud verso il Nord. Una mobilità sanitaria che comporta costi economici, psicologici e logistici spesso insostenibili per le famiglie, vanificando in parte lo spirito con cui la PMA è stata inserita nei LEA.
Il Nord e il Centro come modelli di riferimento
In controtendenza rispetto al resto del Paese, regioni come Toscana, Emilia-Romagna e Lazio hanno sviluppato negli anni una rete efficiente e capillare di centri pubblici e convenzionati. Queste realtà rappresentano oggi un modello virtuoso, capace di garantire l’accesso gratuito o a costi contenuti e di integrare le strutture ospedaliere con percorsi multidisciplinari di supporto psicologico e medico.
Diversa la situazione in Lombardia, dove, nonostante le risorse e la presenza di centri privati di eccellenza, manca ancora la delibera che renda effettiva l’applicazione dei nuovi LEA. Di conseguenza, le tariffe restano più elevate rispetto a quelle previste dal sistema nazionale, con un impatto diretto sulle coppie che scelgono la via della PMA.
Un diritto da rendere universale
La fotografia attuale mette in evidenza una contraddizione profonda: la PMA è formalmente un diritto garantito, ma nella pratica resta un privilegio per chi vive nelle regioni più organizzate o può permettersi di spostarsi. Le parole di Mencaglia riassumono bene l’urgenza del problema: “È necessario un intervento a livello centrale per spingere le regioni inadempienti ad adottare modelli già funzionanti e per assicurare la fruizione uniforme del servizio in tutto il Paese.”
La Procreazione medicalmente assistita, entrata nei LEA per favorire inclusione e uguaglianza, rischia di diventare un nuovo terreno di disuguaglianza territoriale. Garantire a tutte le coppie italiane le stesse opportunità di cura e di genitorialità non è solo una questione sanitaria, ma un dovere civile che misura il grado di equità e di progresso del Paese.