Marco Montorsi e la chirurgia che cambia tra superspecialisti, robot e intelligenza artificiale

Di Vincenzo Ottoboni ·2 min di lettura

La chirurgia di oggi è sempre più specializzata e si affida a robot, intelligenza artificiale e simulazione. Lo racconta Marco Montorsi, chirurgo e rettore emerito dell’Università dell’Humanitas, in un’intervista al Corriere della Sera pubblicata il 22 ottobre 2026. Secondo Montorsi, in sala operatoria ci sono «sempre più superspecialisti».

«Anni fa chiamavano mio padre e altri medici della zona i chirurghi della Formula Uno», ricorda. Il cognome per lui non è un peso ma «un privilegio che richiede un grande impegno per onorarlo». Dal padre ha ricevuto un consiglio: «mai togliere del tutto la speranza».

Il suo maestro è stato Giuseppe Pezzuoli, allora direttore della Clinica chirurgica dell’Università di Milano. Montorsi è entrato nella sua équipe nel 1980 e vi è rimasto fino al pensionamento del professore, nel 1990. Tra gli interventi più difficili ricorda una pancreasectomia su un giovane paziente, durata parecchie ore e andata bene. Racconta anche di una paziente che ogni anno, nell’anniversario dell’operazione, gli scrive per ringraziarlo di averle «regalato un altro anno di vita».

Montorsi è stato rettore per nove anni. Spiega che l’Università dell’Humanitas ha puntato sull’integrazione con la pratica clinica e sui corsi di medicina in lingua inglese. Con il Politecnico di Milano l’ateneo ha avviato il corso Med Tech, che ha appena laureato i primi medici-ingegneri. Con la Bocconi è partito un corso di laurea magistrale in analisi dei dati e intelligenza artificiale nelle scienze della vita.

Secondo il chirurgo, la diagnostica per immagini e i nuovi farmaci, soprattutto in oncologia, hanno cambiato profondamente il mestiere. Oggi la chirurgia si integra con chemioterapia e radioterapia. Alcuni tumori scompaiono con queste sole terapie, «al punto da non rendere più indispensabile il nostro intervento». Montorsi aggiunge che i risultati della chirurgia più complessa, come quella di pancreas, esofago e retto, sono «nettamente migliori nei centri in cui si fanno più interventi». Nelle malattie colonrettali, dice, quasi il 90% delle resezioni si esegue con approccio laparoscopico o robotico.

Sulla difficoltà di reclutare nuovi chirurghi, Montorsi cita l’attenzione all’equilibrio tra lavoro e vita privata, il rischio di contenziosi e stipendi ritenuti inadeguati. Per questo chiede percorsi formativi di qualità durante la specializzazione: «È un nostro compito e glielo dobbiamo garantire: ne saranno ampiamente ripagate le future generazioni».

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