Non è una semplice intervista, ma un confronto teso e implacabile quello andato in scena a Belve, dove Francesca Fagnani ha affrontato Irene Pivetti in un faccia a faccia che ha tenuto incollati gli spettatori. L’ex presidente della Camera, un tempo simbolo di compostezza istituzionale, si è ritrovata al centro di un interrogatorio mediatico che ha messo a nudo fragilità, contraddizioni e il prezzo di una metamorfosi tanto discussa quanto irrimediabile.

La Fagnani non fa sconti e apre subito con una domanda tagliente: «Si sente di aver mancato al decoro della carica che ha ricoperto?». È il colpo d’avvio di un duello senza tregua. Lo sguardo della Pivetti si incrina per un attimo, poi la replica: «Le circostanze erano diverse». Una risposta che non placa la tensione, ma anzi la amplifica. Sul volto di quella che fu la più giovane presidente della Camera d’Italia si legge la fatica di chi è abituata a combattere sotto i riflettori, ma anche il peso di chi è stata trasformata in bersaglio.

Il confronto scivola poi sul tema dell’immagine e delle scelte personali che, negli anni, hanno segnato la svolta di Irene Pivetti. Dai servizi fotografici in latex alle apparizioni televisive in versione Catwoman, fino alle collaborazioni con personaggi del mondo dello spettacolo come Costantino Vitagliano: la metamorfosi da figura istituzionale a volto televisivo non è mai passata inosservata. «Non ha fatto solo un talk, si è vestita da Catwoman», provoca Fagnani. La Pivetti si irrigidisce, ma non arretra. Difende il diritto di reinventarsi, di cambiare pelle, di non restare prigioniera di un’immagine imposta. «Ho scelto la televisione perché mi diverte, perché è comunicazione. Non devo chiedere scusa a nessuno», sembra dire con lo sguardo più che con le parole.

Poi arriva la parte più delicata: quella giudiziaria. Le mascherine importate durante la pandemia, il sequestro, l’accusa di frode, i 13 milioni di euro contestati. «È stato un trauma. Tutto era regolare», afferma. Ma la conduttrice non molla: «La Procura però non la pensa così». Un botta e risposta serrato, in cui la Pivetti tenta di separare la propria immagine pubblica dalle ombre legali che l’hanno travolta. «Ho restituito ogni eccedenza, non c’è stato dolo. Ma quando ti colpiscono, resta sempre una cicatrice».

C’è anche spazio per una parentesi su Lele Mora, figura controversa con cui ha condiviso una parte del percorso televisivo. «Era un grande professionista, poi ha perso lucidità», commenta con un misto di rispetto e distanza, come chi vuole archiviare un capitolo ingombrante senza rinnegarlo.

Il momento più intimo arriva quando la conversazione tocca il terreno dei sentimenti. L’ex presidente parla del fallimento del suo matrimonio come del giorno più doloroso della sua vita. «Il sesso è una cosa meravigliosa, ma mi considero ancora sposata davanti a Dio», le ricorda la Fagnani. La risposta arriva con un sorriso amaro: «Non è proprio così che l’avrei detta, ma sì, il senso è quello». È qui che la corazza dell’ex politica si incrina davvero. Le parole diventano più lente, lo sguardo più fragile, come se in quell’istante la donna superasse il personaggio.

Alla domanda finale – «Si considera un bersaglio o una bandita?» – Irene Pivetti sospira, poi risponde: «Forse entrambe. Ma non mi arrendo. Ho affrontato molto e continuerò a farlo».

Il pubblico resta sospeso tra empatia e giudizio, mentre la Fagnani, fedele al suo stile, non consola ma osserva, lasciando che il silenzio racconti ciò che le parole non possono dire.

Quella andata in scena non è solo un’intervista televisiva: è un ritratto complesso di una donna che ha conosciuto il potere e la caduta, la ribellione e la fede, il clamore e la solitudine. Irene Pivetti oggi non è più soltanto l’ex presidente della Camera né soltanto un volto da copertina. È un simbolo della fragilità di chi ha scelto di esporsi, di reinventarsi, e di affrontare pubblicamente i propri errori e le proprie verità. Una “belva” diversa, che non ringhia ma resiste.

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