È stato condannato a 24 anni di reclusione Ruben Andreoli, 48 anni, ex magazziniere e appassionato di rally, riconosciuto colpevole dell’omicidio volontario della madre, Nerina Fontana, avvenuto la sera del 15 settembre 2023 nella casa di famiglia a Sirmione, sul lago di Garda. La sentenza è stata emessa dalla Corte d’assise di Brescia, presieduta da Roberto Spanò, dopo due ore di camera di consiglio.
L’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Ettore Tisato, aveva chiesto l’ergastolo, ma i giudici hanno escluso l’aggravante dei futili motivi, riconoscendo a Andreoli le attenuanti generiche equivalenti al vincolo familiare. Il tribunale ha inoltre disposto un risarcimento di 50 mila euro in favore dello zio materno della vittima, costituitosi parte civile.
La reazione in aula e le parole dell’imputato
Pochi minuti prima della lettura del verdetto, l’imputato ha avuto un momento di forte tensione. Quando una giornalista ha provato a filmarlo, Andreoli le ha strappato il telefono dalle mani e lo ha gettato a terra. Poi, visibilmente scosso, è tornato nella gabbia, calmato dal suo avvocato Marco Capra.
Subito prima che la Corte si ritirasse, Andreoli ha rilasciato dichiarazioni spontanee, chiedendo perdono e definendo il suo gesto «la cosa più terribile che potesse fare un figlio». Con voce spezzata ha ammesso:
«Ho ucciso mia madre, e non so come ho potuto. È stato un blackout, due minuti in cui non ho capito più nulla. Mi sono spento completamente. Avevo dentro troppa rabbia, accumulata in anni di silenzi e di incomprensioni».
Nel suo racconto, l’imputato ha ricostruito il clima familiare teso delle settimane precedenti al delitto: un litigio iniziato per motivi banali il 5 settembre 2023, degenerato in dieci giorni di silenzio e distacco. Il punto di rottura, ha spiegato, sarebbe arrivato quando la madre gli confessò di aver buttato via le foto del matrimonio. Da lì la lite si trasformò in tragedia.
Un rapporto simbiotico e fragilità nascoste
La difesa ha ricostruito il rapporto di dipendenza emotiva che legava l’uomo alla madre, un legame definito “soffocante e totalizzante”. Andreoli ha parlato di un dolore mai superato: la perdita di un figlio nel 2018, evento che, secondo la sua versione, avrebbe acuito la tensione in famiglia. «Mamma non mi fu vicina come avrei voluto. Da allora, ho perso l’equilibrio», ha dichiarato in aula.
Il perito psichiatrico incaricato dal tribunale ha confermato che Andreoli era capace di intendere e di volere al momento dei fatti, ma ha descritto il suo gesto come “una deflagrazione improvvisa”, scaturita da un crollo emotivo totale. «In meno di due minuti – ha spiegato – si è annullato completamente, come se la mente si fosse spenta».
La violenza e la dinamica dell’omicidio
Secondo la ricostruzione dell’accusa, la sera del 15 settembre 2023, Andreoli avrebbe colpito la madre con calci e pugni, dopo un violento alterco domestico. La donna, 72 anni, non ha avuto scampo. Il pubblico ministero Tisato ha definito il gesto «un’esplosione di rabbia brutale maturata in un contesto familiare complesso e chiuso, segnato da silenzi e risentimenti mai risolti».
Durante il processo è emerso il ritratto di un microcosmo familiare isolato, in cui madre e figlio vivevano in simbiosi, ma anche in un continuo conflitto sotterraneo. L’avvocato Capra ha sottolineato come Andreoli avesse “un profondo senso di fallimento e colpa, legato al giuramento fatto al padre morente: prendersi cura della madre a ogni costo”.
Le scuse e la condanna
Nel suo ultimo intervento, Andreoli ha chiesto perdono ai familiari e alla moglie Svetlana, presente in aula. «Quel giorno – ha detto – non ho solo ucciso mia madre, ma anche me stesso. Porterò questa croce per sempre». Ha assicurato di non essere «una persona cattiva» e di non riuscire ancora a spiegarsi il motivo del gesto.
La Corte ha stabilito una pena di 24 anni di reclusione, riconoscendo la complessità psicologica del caso e la momentanea perdita di controllo. Per la difesa, la sentenza rappresenta «un equilibrio tra giustizia e umanità».
Secondo l’avvocato Capra, «Andreoli non meritava l’ergastolo perché non era lucido, era imprigionato in un vortice di dolore, solitudine e senso di fallimento. In un certo senso, è morto anche lui quel giorno».
Il caso di Sirmione resta una tragedia domestica che interroga ancora una volta la fragilità dei rapporti familiari, dove amore e dipendenza possono fondersi fino a trasformarsi, tragicamente, in violenza.