Si aprirà il prossimo 2 febbraio 2026 il processo a carico di due sottocapi della Marina militare, in servizio presso l’Ufficio circondariale marittimo di Otranto all’epoca dei fatti, accusati di violenza sessuale aggravata dal contesto lavorativo ai danni di una volontaria in ferma prefissata. La decisione è stata presa dal giudice per l’udienza preliminare Valeria Fedele, al termine di una vicenda giudiziaria complessa e segnata da più richieste di archiviazione da parte della Procura.

Le accuse e il contesto

La presunta vittima, una giovane donna salentina che aveva prestato servizio nella Capitaneria di porto di Otranto tra il 2020 e il 2022, si è costituita parte civile assistita dall’avvocato Diego De Cillis. Nella denuncia, presentata dopo la conclusione del periodo di servizio, la donna ha raccontato di essere stata oggetto di apprezzamenti, molestie e aggressioni a sfondo sessuale da parte dei due superiori, con i quali aveva condiviso turni di lavoro e missioni operative, in particolare durante l’operazione “Mare Sicuro” nell’estate del 2021.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, gli episodi sarebbero avvenuti sia all’interno degli uffici, quando la giovane restava sola, sia durante i turni notturni in sala operativa. La donna avrebbe inoltre ricevuto messaggi e inviti insistenti via WhatsApp, caratterizzati da un tono ambiguo e da contenuti considerati inopportuni. Alcune colleghe, venute a conoscenza della situazione, avrebbero tentato di non lasciarla mai sola nei turni serali, nel timore che gli episodi potessero ripetersi.

Le conseguenze sulla vittima

Il periodo trascorso a Otranto avrebbe avuto gravi conseguenze sulla salute psicologica della giovane. Nel 2022, la volontaria ha interrotto il servizio, riferendo di attacchi di panico, stress cronico e disturbi gastrici. In seguito ha presentato denuncia, portando alla luce una situazione che — secondo la sua versione — andava avanti da mesi.

Le sue dichiarazioni sono state ritenute inizialmente contraddittorie dalla Procura, che per due volte aveva chiesto l’archiviazione del caso. Tuttavia, il giudice per le indagini preliminari Angelo Zizzari ha deciso di non accogliere la richiesta, disponendo ulteriori approfondimenti. Dopo una nuova serie di verifiche, il gip ha valutato le testimonianze come coerenti e riscontrate, grazie anche ai contributi della madre della giovane e di due colleghe che hanno confermato il clima di disagio e la veridicità di diversi episodi.

L’imputazione coatta e il rinvio a giudizio

Sulla base dei nuovi elementi, il giudice Zizzari ha imposto al pubblico ministero Luigi Mastroniani di formulare l’imputazione coatta nei confronti dei due militari. In sostanza, la decisione obbliga la Procura a procedere con il rinvio a giudizio anche in assenza di una propria richiesta.

Durante l’udienza preliminare, gli imputati hanno scelto di non avvalersi di riti alternativi, optando per il dibattimento ordinario davanti a un collegio giudicante. Entrambi respingono le accuse, sostenendo che i rapporti con la collega siano sempre stati di natura professionale e che non vi sia mai stato alcun comportamento molesto.

Le indagini e i riscontri

L’inchiesta ha ricostruito il contesto lavorativo all’interno dell’Ufficio marittimo, analizzando turni, spostamenti e scambi di messaggi tra gli indagati e la denunciante. Al centro dell’indagine vi sono le chat WhatsApp, considerate dagli inquirenti un elemento utile a comprendere la natura dei rapporti e l’eventuale sussistenza di pressioni o avances.

Alcune testimonianze interne hanno confermato un clima di disagio e di isolamento vissuto dalla giovane volontaria, che in più occasioni avrebbe manifestato timore nel rimanere sola durante i turni di servizio. Tuttavia, secondo la difesa dei due sottufficiali, non emergerebbero prove dirette di comportamenti violenti o di contatti fisici non consensuali.

Il processo e le prospettive

Il dibattimento, che inizierà nel febbraio 2026, sarà cruciale per chiarire le responsabilità e verificare la fondatezza delle accuse. L’accusa di violenza sessuale aggravata dal contesto lavorativo è una delle più gravi previste dal codice penale e, in caso di condanna, comporta pene elevate e conseguenze disciplinari rilevanti per i due militari.

La vicenda ha suscitato particolare attenzione anche all’interno delle Forze Armate, dove il tema delle molestie e della parità di trattamento tra generi è oggetto di discussione da tempo. Il caso di Otranto potrebbe diventare un precedente importante nel dibattito sul rapporto tra gerarchia militare e tutela delle donne in divisa.

In attesa del processo, la giovane vittima continua a essere seguita da specialisti per superare le difficoltà psicologiche legate all’esperienza, mentre la Marina ha avviato accertamenti interni per valutare eventuali responsabilità disciplinari.
Il procedimento giudiziario, che si aprirà tra pochi mesi, dovrà ora stabilire se quelle accuse troveranno o meno conferma nelle aule di tribunale.

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