In Iran infuria la polemica per il video di un matrimonio che ha scosso i vertici del potere. Le immagini mostrano la figlia di Ali Shamkhani, ex segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e consigliere del leader supremo Ali Khamenei, durante una cerimonia sfarzosa, lontana anni luce dai rigidi dettami della Repubblica islamica. Abiti eleganti, acconciature scoperte e nessuna traccia del velo obbligatorio: un dettaglio che, in un Paese dove la mancanza dell’hijab può costare la libertà o la vita, è diventato il simbolo di un doppio standard che molti iraniani non intendono più tollerare.
Il video, circolato sui social network a partire da ottobre, mostra la sposa Steayesh Shamkhani con un abito bianco a cuore e un velo di pizzo appena poggiato sul capo. I capelli le incorniciano il volto, un’immagine di libertà e modernità che contrasta apertamente con l’immagine pubblica del padre, tra i più intransigenti difensori delle cosiddette leggi morali imposte dal regime. Queste stesse norme, ricordano gli attivisti, sono alla base della morte di Mahsa Jina Amini e di centinaia di altre donne, vittime delle violenze della polizia morale.
La diffusione delle immagini ha provocato una valanga di reazioni online. Sui social, l’indignazione è unanime: «Predicano il sacrificio e la modestia, ma vivono nel lusso più sfrenato», scrive un utente da Teheran. «Per noi, niente capelli scoperti, niente musica, niente libertà. Per loro, feste e ricchezze senza limiti». Alcuni commentatori chiedono le dimissioni immediate di Shamkhani da ogni incarico istituzionale, accusandolo di ipocrisia e di tradimento dei principi che il regime impone con la forza ai cittadini comuni.
I sostenitori del funzionario hanno tentato di giustificare l’accaduto sostenendo che si trattasse di un “evento privato”, in cui uomini e donne erano separati secondo la tradizione islamica. Una linea difensiva che però non ha convinto gran parte dell’opinione pubblica. Come osservano diversi giornalisti iraniani, la polizia morale non ha mai esitato a irrompere nelle case di comuni cittadini per verificare la correttezza dei festeggiamenti, anche in occasioni strettamente familiari.
Lo scandalo ha inoltre portato alla luce l’enorme divario economico che separa la classe dirigente dal resto del Paese. La famiglia Shamkhani, secondo fonti locali, controlla un vasto impero nel settore marittimo, con interessi nel trasporto di petrolio verso la Cina. Un privilegio che stride con la crisi economica che affligge la popolazione iraniana. «Noi non arriviamo a fine mese mentre loro ostentano ricchezze smisurate», ha dichiarato una docente universitaria di Tabriz, che ha chiesto l’anonimato per ragioni di sicurezza.
In risposta alla bufera, Shamkhani ha pubblicato un messaggio su X (ex Twitter) dal tono sprezzante: «Bastardi, sono ancora vivo!», un riferimento alla recente escalation militare con Israele, durante la quale sarebbe stato uno degli obiettivi di un attentato fallito. Ma le sue parole non hanno fatto che alimentare ulteriormente la rabbia dei cittadini.
La tempesta mediatica esplode in un momento particolarmente delicato per il governo di Teheran, che ha annunciato il dispiegamento di 80.000 agenti della polizia morale in tutto il Paese. Queste pattuglie, note per la brutalità con cui impongono il rispetto del velo e dei codici islamici, pattugliano le strade nelle loro camionette bianche, pronte a fermare, umiliare e arrestare chi non si adegua ai dettami religiosi.
Per molti iraniani, il video del matrimonio non è solo uno scandalo privato, ma il simbolo di un sistema che punisce la libertà dei deboli mentre protegge i privilegi dei potenti. «Le figlie del popolo vengono picchiate per un ciuffo di capelli, mentre le figlie dei ministri sfilano come modelle», scrivono gli attivisti.
Nel Paese dove ogni gesto di emancipazione femminile può trasformarsi in un atto di resistenza, la festa nuziale della famiglia Shamkhani è diventata un nuovo punto di rottura. Non solo per l’ipocrisia denunciata, ma perché rivela la distanza ormai incolmabile tra un regime che predica morale e un popolo che chiede dignità e verità.