A Bruxelles si sta assistendo a una contesa commerciale che coinvolge Stati Uniti e Cina, nel contesto delle tariffe sulle spedizioni marittime, con l’Europa potenzialmente esposta ai rischi derivanti da entrambe le parti. L’origine di questa disputa viene tracciata fino alla decisione del presidente americano Donald Trump di istituire dazi sulle navi costruite in Cina e destinate ai porti americani. In risposta, la Cina ha attuato misure simili come parte di una più ampia battaglia commerciale. Entrambe le nazioni hanno iniziato a far valere queste tariffe a partire da martedì scorso.

Secondo James Lightbourn, responsabile di Cavalier Shipping, una società di consulenza nel settore marittimo, sebbene gli Stati Uniti e la Cina siano le parti principali del conflitto, le ripercussioni colpiranno l’industria marittima globale, inclusa la flotta europea. Gli Stati Uniti stanno applicando una tassa di 50 dollari per tonnellata netta, mentre la Cina ha scelto di imporre inizialmente 400 yuan, equivalenti a circa 56,22 dollari per tonnellata netta, destinati a salire a 1.120 yuan entro il 2028. Entrambe le tariffe si applicano una volta per servizio, con un massimo di cinque applicazioni annuali.

Un’analisi di Lloyd’s List suggerisce che per un traghetto di 35.000 tonnellate che entra in un porto americano, la nuova tariffa ammonta a circa 5,6 milioni di dollari l’anno. Tuttavia, poiché i porti cinesi accolgono frequentemente navi di capacità molto maggiore, le spese potrebbero essere sostanzialmente superiori. Mentre le tariffe statunitensi avranno un impatto modesto sulle imprese di navigazione europee, quelle cinesi potrebbero generare danni più significativi. Infatti, i dazi cinesi si applicano a qualsiasi nave di proprietà o gestita da una compagnia con almeno il 25% del capitale sociale, dei diritti di voto o dei posti nel consiglio detenuti da investitori stranieri, una definizione che potrebbe coinvolgere molte aziende europee.

Philip Damas, a capo degli advisor della catena di approvvigionamento presso Drewry, ha stimato che soltanto l’11% delle navi portacontainer che operano verso gli Stati Uniti sarà soggetta alle tariffe. Tuttavia, la risposta cinese risulta più complessa da valutare, a causa della struttura societaria opaca di molte compagnie marittime internazionali.

Nel tentativo di minimizzare gli impatti delle tariffe americane, le aziende europee si stanno adattando rapidamente, spostando navi costruite in Cina su rotte estranee agli Stati Uniti e sostituendole con navi costruite in Corea e Giappone per evitare i dazi. Ciò risulta fattibile per il settore delle merci, che può scegliere i percorsi delle proprie navi. Tuttavia, la Cina rimane un punto fermo nel commercio globale di materie prime sfuse, come il petrolio grezzo e il minerale di ferro, rendendo difficile qualsiasi sostanziale riorganizzazione dei flussi commerciali.

Con l’annuncio repentino da parte della Cina delle nuove tariffe, le aziende europee si sono mosse per ridurre l’esposizione. Alcune imprese hanno riorganizzato i consigli di amministrazione, escludendo membri statunitensi per evitare di rientrare nei criteri stabiliti dai dazi cinesi. Altre, come Maersk, stanno ancora valutando l’impatto delle misure cinesi sui propri servizi portuali.

Infine, gli analisti del settore ritengono che sia gli Stati Uniti che la Cina utilizzino queste tariffe come strumenti negoziali in vista di un possibile accordo commerciale. Donald Trump ha accennato alla possibilità di una significativa nuova tariffa, ma recentemente ha scritto sui social media rassicurando che la situazione con la Cina si risolverà. Nel frattempo, una riunione tra Trump e il leader cinese Xi Jinping è prevista in Corea del Sud per discutere una risoluzione della guerra commerciale in corso.

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