La complessa vicenda degli ostaggi trattenuti a Gaza continua a tenere con il fiato sospeso Israele, la comunità internazionale e le famiglie delle vittime. Nelle ultime ore, Hamas ha restituito i corpi di due prigionieri israeliani, portando a nove il numero complessivo dei resti consegnati su un totale di ventotto ostaggi dichiarati deceduti. Una goccia nel mare dell’attesa e del dolore. Secondo quanto riferito dall’ala militare del gruppo palestinese, il recupero degli altri cadaveri richiederebbe «attrezzature specializzate e interventi complessi», a causa delle macerie e dei bombardamenti che hanno devastato la Striscia. Israele, però, non crede a questa versione e accusa Hamas di nascondere informazioni cruciali.
Il governo israeliano avrebbe fornito ai mediatori internazionali — in particolare a Egitto, Qatar e Stati Uniti — una lista di luoghi dove ritiene possano trovarsi altri corpi, chiedendo un intervento rapido per il recupero. Intanto, la questione degli ostaggi rimasti in vita continua a dominare la politica interna di Tel Aviv. Le famiglie dei rapiti non smettono di far sentire la propria voce e chiedono al premier Benjamin Netanyahu risultati concreti. La loro rabbia è esplosa nuovamente dopo che il primo ministro, colpito da una bronchite, è stato costretto a sospendere un’udienza del processo per corruzione che lo riguarda. Il malumore delle famiglie è stato immediato: «Se è malato, perché ha visitato gli ex ostaggi immunodepressi?».
A complicare ulteriormente lo scenario è intervenuta la variabile americana. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in un’intervista alla CNN, ha dichiarato di essere pronto a rivedere i termini della tregua se Hamas non rispetterà l’accordo di cessate il fuoco. Ha parlato apertamente della possibilità di autorizzare Israele a riprendere le operazioni militari nella Striscia qualora non venissero restituiti tutti gli ostaggi — vivi o morti — e non fosse avviato il disarmo totale del gruppo. «Israele tornerà in quelle strade quando sarà necessario», ha detto, salvo poi ammorbidire i toni in una successiva conferenza stampa alla Casa Bianca, dove ha assicurato che Washington non intende inviare truppe nel conflitto, ma continuerà a sostenere le operazioni logistiche e diplomatiche sul campo.
Fonti della Casa Bianca hanno confermato che la cosiddetta “fase uno” dell’accordo di tregua è stata completata, pur tra molte difficoltà, e che per ora nessuna delle due parti avrebbe violato formalmente gli impegni presi. L’obiettivo immediato rimane quello di mantenere la calma, facilitare il recupero dei corpi e assicurare il flusso degli aiuti umanitari.
In questo contesto, si fa strada un piano operativo congiunto che prevede il coinvolgimento di un contingente di esperti turchi specializzati nella ricerca sotto macerie, incaricati di collaborare al recupero dei cadaveri degli ostaggi. Le autorità stanno inoltre valutando la possibilità di offrire ricompense alla popolazione locale che fornisca informazioni utili. Parallelamente, si discute della creazione di “zone sicure” per i civili che intendono allontanarsi dalle aree controllate da Hamas, una proposta che avrebbe ricevuto un primo, cauto via libera da parte israeliana.
Sul fronte umanitario, intanto, il valico di Rafah — al confine con l’Egitto — si prepara alla riapertura. Dopo giorni di stallo, i convogli di aiuti sono tornati a entrare nella Striscia, portando viveri, medicinali e carburante a una popolazione stremata da mesi di assedio. L’Unione Europea ha confermato il ritorno della missione Eubam, composta da una trentina di militari, tra cui otto carabinieri italiani, che avranno il compito di ripristinare le infrastrutture di frontiera e addestrare le forze palestinesi addette ai controlli.
Nonostante i segnali di distensione, la situazione resta fragile. Israele, pur dichiarandosi disponibile a mantenere aperto Rafah, ha minacciato di ridurre nuovamente l’accesso agli aiuti in caso di nuovi ritardi nella restituzione dei corpi. Hamas, dal canto suo, teme che la tregua possa crollare e si muove con estrema cautela, cercando di non offrire pretesti per una nuova offensiva.
Nella terra che da decenni vive tra guerre e tregue, la speranza si misura ormai in piccoli gesti: un corpo restituito, un camion di aiuti che varca il confine, un’ora di silenzio tra due esplosioni. Ma la pace, quella vera, resta ancora lontana come l’eco delle sirene che da troppo tempo fanno da sottofondo alla vita di Gaza.