Il nuovo taglio dell’Irpef deciso dal governo Meloni è al centro di un acceso dibattito politico ed economico. Secondo le analisi di Bankitalia, Istat e dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, la misura da 2,7 miliardi di euro avrebbe un impatto diseguale, premiando soprattutto i redditi medio-alti e lasciando solo briciole ai lavoratori con stipendi bassi e ai pensionati.

L’intervento prevede la riduzione dell’aliquota sulla fascia di reddito compresa tra 28 e 50 mila euro, che passa dal 35% al 33%. Tuttavia, i dati mostrano che l’8% dei contribuenti, cioè coloro che dichiarano più di 48 mila euro l’anno, riceverà quasi la metà dei benefici complessivi. Gli operai otterranno in media 23 euro in più all’anno, i pensionati 55 euro, mentre i dirigenti potranno contare su un incremento medio di 408 euro.

Secondo l’Istat, oltre l’85% delle risorse finirà nelle mani del 20% più ricco delle famiglie italiane, con un guadagno medio che varia da 102 a 411 euro annui. L’effetto redistributivo è dunque limitato: per tutte le fasce di reddito, la variazione del reddito disponibile resta inferiore all’1%.

Anche Bankitalia, in una sua valutazione, ha sottolineato che le misure introdotte “non comportano variazioni significative della disuguaglianza nella distribuzione del reddito”, pur riconoscendo un alleggerimento complessivo della pressione fiscale rispetto agli anni precedenti.

La riforma dell’Irpef arriva insieme a una revisione dei parametri Isee, che secondo diversi osservatori rischia di penalizzare le famiglie più giovani e quelle che vivono in affitto. La franchigia sulla prima casa aumenta da 52.500 a 91.500 euro, una modifica che avvantaggia i proprietari, mentre le nuove regole sulla scala di equivalenza favoriscono i nuclei con più di due figli. Tuttavia, per chi non possiede un’abitazione, la situazione potrebbe peggiorare: oggi la povertà assoluta colpisce il 22% degli inquilini, contro meno del 5% dei proprietari.

Un altro nodo centrale è il fiscal drag, cioè l’aumento delle imposte dovuto all’inflazione che spinge i redditi in scaglioni più alti senza un reale incremento del potere d’acquisto. Secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, solo i lavoratori dipendenti con redditi fino a 32 mila euro hanno recuperato integralmente l’effetto del fiscal drag, mentre chi guadagna tra 32 e 45 mila euro ha avuto un recupero solo parziale. Pensionati e autonomi, invece, restano quasi esclusi dai benefici.

Il governo, da parte sua, respinge le critiche e difende la riforma come una misura a tutela della classe media. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha ribadito che “il taglio dell’Irpef non premia i ricchi, ma sostiene chi lavora e produce”. Secondo l’esecutivo, l’obiettivo è “ridurre il peso fiscale sul lavoro e garantire più risorse alle famiglie italiane”.

Fonti del Ministero spiegano che le analisi dei tecnici “non tengono conto del quadro complessivo della manovra”, che include anche il taglio del cuneo contributivo, incentivi alle imprese e misure di sostegno per i redditi più bassi. “L’insieme delle iniziative fiscali – precisano – permette a milioni di italiani di conservare più potere d’acquisto in un contesto economico difficile”.

Ciononostante, le opposizioni accusano il governo di aver varato una riforma “a vantaggio dei più abbienti” e chiedono interventi più mirati per sostenere le famiglie in difficoltà e i giovani. Gli economisti, dal canto loro, invitano alla prudenza: se da un lato la riduzione dell’aliquota può incentivare i consumi, dall’altro rischia di aggravare il divario sociale tra chi guadagna molto e chi vive di redditi modesti.

Il taglio Irpef resta così un provvedimento simbolo della legge di bilancio 2025: una misura che alleggerisce le buste paga dei contribuenti, ma che apre anche un fronte di discussione politica destinato a proseguire nei prossimi mesi. Tra numeri, percezioni e differenze di vedute, la sfida sarà capire se davvero questa riforma potrà ridare slancio al ceto medio italiano o se, come sostengono i critici, finirà per accentuare le disuguaglianze.

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