Un nuovo capitolo di dolore si aggiunge alla lunga lista di vittime del giornalismo di guerra. Olena Hramova, 43 anni, e Yevhen Karmazin, 33 anni, entrambi giornalisti ucraini impegnati da tempo nella copertura del conflitto con la Russia, sono morti giovedì 23 ottobre a seguito di un attacco con drone russo a Kramatorsk, nella regione di Donetsk. La loro auto, ferma presso una stazione di servizio per un rifornimento di carburante, è stata colpita in pieno da un drone Lancet, causando un’esplosione che non ha lasciato scampo ai due reporter.
Secondo quanto riferito dalle autorità ucraine, i due sarebbero deceduti sul colpo, mentre un terzo membro della troupe, l’inviato Oleksandr Kolychiev, è rimasto gravemente ferito ed è attualmente ricoverato in ospedale. L’attacco ha scosso profondamente l’intera comunità giornalistica, che da oltre due anni continua a operare in condizioni estreme, spesso pagando con la vita il dovere di raccontare la verità.
Due vite dedicate al racconto della guerra
Olena Hramova era una delle figure più note del giornalismo ucraino di guerra. Nata a Yenakiieve, nel Donetsk, aveva iniziato la propria carriera come analista di politica economica. L’invasione russa del 2014 fu per lei un punto di svolta: la sua città, occupata per oltre due mesi dalle truppe separatiste, le fece comprendere quanto fosse necessario documentare la realtà del conflitto. “In quei mesi ho visto troppo per restare spettatrice”, raccontava in una delle sue ultime interviste. Da allora aveva scelto di trasformare la sua esperienza personale in un impegno giornalistico, divenendo una voce autorevole e rispettata nel panorama dei reporter di guerra ucraini.
Con l’inizio dell’invasione su larga scala nel 2022, Hramova aveva seguito passo dopo passo l’avanzata russa, realizzando reportage dai fronti più pericolosi, tra cui Bakhmut, Lysychansk e Sloviansk. Il suo lavoro, volto a documentare la devastazione e la resilienza della popolazione, le era valso nel 2023 un riconoscimento ufficiale da parte del presidente Volodymyr Zelensky, che la insignì di una medaglia “per coraggio e dedizione”.
Yevhen Karmazin, cameraman originario proprio di Kramatorsk, aveva iniziato la sua carriera giornalistica nel 2021. In breve tempo si era distinto per professionalità e sensibilità nel raccontare il lato umano della guerra, concentrandosi sui civili, sugli sfollati e sulle vittime dei bombardamenti. “Era un giovane di grande talento, impegnato a mostrare al mondo la verità della nostra terra ferita”, ha scritto in un post di cordoglio Vadym Filashkin, capo dell’amministrazione militare della regione di Donetsk, che ha diffuso anche le immagini del veicolo distrutto dal drone.
Un bilancio che continua a salire
Con la morte di Hramova e Karmazin, sale a otto il numero di giornalisti uccisi in Ucraina dall’inizio del 2025, secondo i dati della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ). Dall’inizio del conflitto nel 2022, le vittime tra i reporter si contano ormai a decine, molti dei quali caduti durante missioni nelle zone più esposte. Nel mondo, la stessa organizzazione ha registrato oltre 90 operatori dei media uccisi solo nel 2025, più della metà dei quali nei territori di Gaza e Cisgiordania, a dimostrazione di quanto il mestiere del giornalista continui a essere uno dei più rischiosi in assoluto.
Il commissario ucraino per i diritti umani, Dmytro Lubinets, ha definito l’attacco “un crimine di guerra contro civili disarmati”, sottolineando come la Russia stia portando avanti una strategia sistematica di terrore anche nei confronti degli operatori dell’informazione. “Chi uccide chi racconta – ha dichiarato – vuole cancellare la memoria e la verità. Ma la verità, come la libertà, non si può distruggere con un drone”.
Il giornalismo sotto attacco
L’attacco di Kramatorsk riaccende il dibattito sul ruolo dei media nei teatri di guerra e sulle condizioni in cui i giornalisti sono costretti a lavorare. Sempre più spesso, troupe e reporter si trovano nel mirino diretto degli attacchi, privi di protezioni adeguate e con zone di sicurezza sempre più ristrette.
La morte di Olena Hramova e Yevhen Karmazin rappresenta un ennesimo sacrificio in nome del diritto all’informazione, in un conflitto che ha fatto dell’oscurità e della manipolazione della verità uno dei propri strumenti più potenti. I loro nomi si aggiungono alla lunga lista di chi, con coraggio, ha scelto di raccontare ciò che molti avrebbero voluto nascondere.
Mentre a Kramatorsk le sirene continuano a suonare, il loro lavoro rimane testimonianza viva di un impegno che non si spegne neppure davanti alla morte: quello di mostrare al mondo il volto reale della guerra, al di là della propaganda e del silenzio imposto dalle armi.