Dopo oltre due anni di prigionia, nessun ostaggio israeliano resta più nelle mani di Hamas. Gli ultimi venti prigionieri ancora vivi sono stati rilasciati da Gaza lunedì 13 ottobre, al termine di 738 giorni di detenzione. Con questo evento si chiude uno dei capitoli più dolorosi e simbolici del conflitto iniziato il 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco ai kibbutz del sud di Israele e al festival musicale Supernova, quando centinaia di giovani furono uccisi o rapiti.

Il rilascio dei prigionieri è avvenuto nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco siglato tra Israele e Hamas, che ha portato anche alla liberazione di migliaia di detenuti palestinesi e al ritiro parziale delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza. L’evento segna un momento storico di grande impatto umano e politico, ma anche di profonda riflessione per un Paese che ha vissuto per due anni sospeso tra dolore, paura e speranza.

Le vite spezzate e ritrovate

Tra i liberati ci sono storie che raccontano il lato più fragile e al tempo stesso più eroico della resistenza umana. Elkana Bohbot, 36 anni, tecnico del suono al festival Supernova, era stato rapito nonostante soffrisse d’asma. Durante la detenzione sognava di aprire un piccolo chiosco di gelati con il figlio, come promessa di rinascita.

Rom Braslavski, 21 anni, giovane guardia del festival, fu catturato dopo aver soccorso altri ragazzi. Le immagini di lui, magro e segnato, diffuse da Hamas mesi fa, avevano commosso Israele. I familiari lo descrivono come “un ragazzo buono, sempre pronto ad aiutare gli altri”.

Yosef Chaim Ohana, 24 anni, barista e appassionato di musica jazz, fu tra i primi a prestare soccorso ai feriti prima di essere sequestrato. Con lui c’era Segev Kalfon, 27 anni, analista finanziario del Negev, che dopo la prigionia è stato descritto come un uomo “profondamente cambiato, ma ancora determinato a ricostruire la propria vita”.

Dal kibbutz di Nir Oz sono tornati liberi Eitan Horn, educatore argentino di 39 anni, rapito insieme al fratello Iair, e Avinatan Or, 32 anni, ingegnere volontario catturato con la compagna Noa Argamani, divenuta simbolo del dolore israeliano e liberata nel 2024 durante un’operazione militare.

Abusi, torture e resistenza

Molti dei liberati hanno subito violenze fisiche e psicologiche durante la prigionia. Tra loro Maxim Herkin, 35 anni, originario del Donbass, comparso in diversi video di propaganda. Sua madre lo aveva descritto come “l’unico sostegno della famiglia”. Anche Evyatar David e Bar Kupershtein, due giovanissimi che lavoravano come baristi al festival, hanno raccontato episodi di abusi nei primi mesi del sequestro.

Dal medesimo kibbutz provengono anche i fratelli Ariel e David Cunio, figli di immigrati argentini. Condivisero parte della prigionia con Yarden Bibas, il padre dei due bambini dai capelli rossi che divennero simbolo del dramma degli ostaggi.

Un’altra figura divenuta nota in Israele è Matan Zangauker, 25 anni, impiegato nelle serre di Nir Oz e volto delle proteste contro il governo Netanyahu grazie alla tenacia della madre, che per mesi ha chiesto a gran voce la liberazione dei prigionieri.

I militari e il coraggio silenzioso

Tra gli ostaggi liberati figurano anche due soldati: Nimrod Cohen, 21 anni, carrista sopravvissuto all’esplosione del suo carro armato, e Matan Angrest, 22 anni, catturato durante un attacco a Nahal Oz. Entrambi descritti come ragazzi introversi ma coraggiosi, legati dal desiderio di tornare a servire il proprio Paese nonostante l’esperienza traumatica.

Commovente anche la storia di Alon Ohel, 24 anni, giovane pianista rapito nel rifugio di Re’im, conosciuto poi come il “rifugio della morte”. Durante la prigionia, ferito e incatenato, continuava a “suonare nell’aria” per non perdere la speranza. La sua famiglia, in suo onore, ha collocato pianoforti in tutta Israele con la scritta: “Non sei solo”.

Tra gli altri liberati, Omri Miran, 48 anni, giardiniere e terapeuta shiatsu, ha ritrovato la libertà dopo che la moglie aveva guidato scioperi e manifestazioni in tutto il Paese per sensibilizzare l’opinione pubblica.

Il ritorno alla luce

Le immagini del ritorno degli ostaggi, accolti tra abbracci e lacrime, hanno segnato una giornata che resterà impressa nella memoria collettiva di Israele. Dietro ogni volto si nasconde una lotta silenziosa per sopravvivere, tra tunnel, paura e isolamento.

Ora inizia per loro una nuova fase: quella della cura, del recupero psicologico e della difficile ricostruzione della normalità. Ma le loro storie non sono soltanto racconti di dolore: sono testimonianze di forza e di umanità, simboli di un popolo che, nonostante le ferite, continua a credere nella speranza di una pace ancora lontana ma possibile.

Dopo 738 giorni di oscurità, quelle vite riemerse dal silenzio dei sotterranei di Gaza rappresentano non solo la fine di un incubo, ma anche l’inizio di una nuova luce per un intero Paese.

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