Durante l’ultimo vertice dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea, il tema della guerra in Ucraina e della sicurezza energetica del continente ha evidenziato ancora una volta le profonde divergenze tra gli Stati membri. Mentre i Paesi Baltici insistono sulla necessità di mantenere ferma la linea del sostegno a Kiev e della partecipazione ucraina a qualsiasi processo di pace, l’Ungheria continua a opporsi alle politiche comunitarie che prevedono l’abbandono del gas russo entro il 2027.

Il ministro degli Esteri lituano Kestutis Budrys ha ribadito che la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina non possono essere messe in discussione. Secondo Vilnius, qualsiasi negoziato sulla fine del conflitto deve coinvolgere direttamente Kiev e non può limitarsi a un confronto con Mosca. La Lituania, insieme agli altri Paesi baltici, considera la sicurezza dell’Europa orientale come la chiave della stabilità dell’intera Unione, invitando gli alleati a rafforzare la presenza militare nella regione per scoraggiare eventuali aggressioni future.

Dello stesso avviso è il ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna, che ha sottolineato come l’obiettivo della Russia non sia solo la conquista territoriale, ma la distruzione dell’indipendenza ucraina e il sovvertimento dell’ordine di sicurezza europeo basato su Nato e Unione Europea. Per Tallinn, l’unico modo per evitare un’escalation è un impegno rapido e deciso da parte di Bruxelles, sia sul piano militare che su quello politico.

Sul fronte opposto si colloca l’Ungheria, che continua a difendere la propria dipendenza energetica da Mosca. Il ministro degli Esteri Peter Szijjarto ha annunciato l’intenzione di ricorrere a tutti i mezzi politici e legali per impedire l’adozione del piano REPowerEU, che prevede la fine delle importazioni di gas russo a partire dal 2027. Budapest ritiene che un taglio drastico di queste forniture metterebbe a rischio la sicurezza energetica nazionale e comporterebbe un aumento insostenibile dei costi per le famiglie ungheresi.

Di tutt’altra opinione è il commissario europeo per l’Energia, Dan Jorgensen, che ha dichiarato che l’Europa non dovrà mai più dipendere dal gas russo, neppure dopo un eventuale accordo di pace. Secondo Jorgensen, la fiducia nei confronti del Cremlino è ormai compromessa e la transizione energetica deve puntare su fonti rinnovabili e nucleari prodotte interamente in Europa. Anche il ministro danese dell’Energia Lars Aagaard, a nome della presidenza di turno del Consiglio Ue, ha ribadito che l’abbandono del gas russo è una scelta irreversibile, necessaria per costruire un futuro energetico autonomo e sostenibile.

Nel frattempo, la diplomazia internazionale si muove su più fronti. Negli Stati Uniti, l’ex presidente Donald Trump ha confermato di essere al lavoro per favorire un accordo di pace tra Mosca e Kiev, pur ammettendo di non credere che l’Ucraina possa ottenere una vittoria militare definitiva. Da Washington è arrivata anche la conferma di un contatto diretto tra il segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, segno di un possibile tentativo di riavvicinamento diplomatico.

In Europa, il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso la necessità che l’Ucraina e l’Unione Europea siedano al tavolo dei negoziati, qualora si arrivasse a un incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin, previsto a Budapest. Macron ha ribadito che la pace potrà essere considerata duratura solo se rispetterà il diritto internazionale e le condizioni poste da Kiev.

Non sono mancate reazioni da parte dello stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha espresso dubbi sulla neutralità del premier ungherese Viktor Orban, considerato troppo vicino a Mosca. Zelensky ha anche ricordato come il “memorandum di Budapest” del 1994, firmato proprio nella capitale ungherese, non abbia garantito all’Ucraina la sicurezza promessa dopo la rinuncia alle armi nucleari.

In questo contesto, il futuro dei negoziati appare incerto. L’Europa si trova a un bivio tra la necessità di mantenere l’unità interna e la pressione per trovare una soluzione diplomatica al conflitto. Mentre i Paesi baltici chiedono fermezza e l’Ungheria difende i propri interessi energetici, la prospettiva di una pace stabile sembra ancora lontana. Tuttavia, tra tensioni e tentativi di mediazione, emerge un messaggio condiviso: il destino dell’Ucraina e della sicurezza europea resta strettamente intrecciato, e ogni decisione dovrà tener conto di entrambe le dimensioni.

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