Negli ultimi anni la preoccupazione per l’impatto degli smartphone sulla salute mentale e sulla concentrazione degli adolescenti è cresciuta al punto da trasformarsi in un vero e proprio movimento globale di restrizioni. Dalla Danimarca alla Norvegia, dall’Australia all’Italia, si moltiplicano i divieti sull’uso dei telefoni a scuola e sui limiti d’età per l’accesso ai social media. Ma mentre le istituzioni inaspriscono i controlli, gli esperti avvertono: vietare non basta, serve coerenza educativa.
La psicologa e psicoterapeuta Laura Turuani, dell’Istituto Minotauro di Milano, da anni studia le dinamiche familiari e il rapporto tra giovani e tecnologie. Secondo la specialista, il problema nasce molto prima dell’adolescenza: «Lo smartphone viene spesso usato come un “ciuccio digitale” – spiega – uno strumento per calmare i bambini o tenerli occupati, ma questo compromette la loro capacità di gestire la noia e la frustrazione, competenze fondamentali per crescere».
Quando quegli stessi bambini diventano ragazzi, arrivano i divieti e il controllo, ma ormai è troppo tardi. «È incoerente imporre limiti rigidi dopo aver abituato per anni i figli a usare il telefono senza confini», sottolinea Turuani. E aggiunge: «Se gli adulti per primi non riescono a staccarsi dal cellulare, come possono pretendere che lo facciano i giovani?».
Il boom dei divieti e il nodo TikTok
Il crescente allarme ha spinto diversi governi ad agire. In Danimarca la premier Mette Frederiksen ha annunciato il divieto di accesso ai social media per i minori di 15 anni, mentre la Norvegia vuole alzare il limite da 13 a 15. In Australia, una legge del 2024 ha imposto lo stop ai social per i minori di 16 anni, anche se le modalità applicative restano in discussione.
Nel mirino c’è soprattutto TikTok, piattaforma che sembra assorbire completamente l’attenzione dei giovanissimi grazie a un algoritmo capace di prevedere e soddisfare in tempo reale le preferenze dell’utente. «È il senso del tempo a sparire – osservano molti studiosi – ed è lì che si crea la dipendenza».
Tuttavia, secondo Turuani, le misure repressive rischiano di spostare il problema più che risolverlo. Vietare l’uso del telefono a scuola non ferma lo scrolling compulsivo quando i ragazzi tornano a casa. E nel mondo universitario o del lavoro, nessuno potrà più sottrarre loro lo smartphone. La vera sfida, spiega la psicologa, è imparare a usare il digitale con consapevolezza e moderazione.
Tra dipendenza e desiderio di disconnessione
Un recente studio condotto da Leonardo Bursztyn dell’Università di Chicago e Cass Sunstein di Harvard ha rivelato il paradosso dei social media. Gli utenti più giovani vorrebbero continuare a usarli, ma allo stesso tempo desiderano che spariscano. In un sondaggio, molti studenti universitari hanno dichiarato che accetterebbero 50 dollari per disattivare i propri account per un mese, ma sarebbero disposti a pagare 24 dollari affinché lo facessero i loro coetanei.
Un segnale evidente di un rapporto ambivalente con la tecnologia, confermato anche da una ricerca britannica secondo cui il 70% dei giovani tra i 16 e i 21 anni si sente peggio dopo aver trascorso del tempo sui social, e la metà di loro vorrebbe un “coprifuoco digitale”.
Secondo gli esperti, il fenomeno è alimentato dalla cosiddetta FOMO (Fear of Missing Out), la paura di restare esclusi da ciò che fanno gli altri. Anche sapendo che i social provocano stress, i ragazzi sentono il bisogno di esserci, per non sentirsi tagliati fuori.
Il ruolo delle nuove generazioni
Nonostante i rischi, ci sono segnali incoraggianti. Turuani sottolinea che gli adolescenti di oggi mostrano una maggiore consapevolezza rispetto agli adulti di qualche anno fa. Molti giovani scelgono autonomamente di limitare le notifiche, attivano la modalità silenziosa o lasciano il telefono fuori dalla stanza quando devono concentrarsi.
Un ruolo importante, secondo la psicologa, sarà giocato dai Millennial, la generazione cresciuta con Internet e oggi genitore di adolescenti: «Hanno vissuto sulla propria pelle ansie, errori e opportunità del digitale. Per questo possono trasmettere ai figli un’educazione più equilibrata rispetto a chi ha conosciuto la rivoluzione tecnologica già da adulto».
Dall’ansia al cambiamento
Le paure legate alla tecnologia possono trasformarsi in un’occasione di crescita collettiva. Gli studiosi americani ricordano che, come accadde con l’uso delle cinture di sicurezza, anche le norme sociali possono evolversi rapidamente se cambiano le percezioni del gruppo.
Non è il mezzo in sé a essere pericoloso, ma il significato che gli viene attribuito. Lo smartphone può essere uno strumento di apprendimento e connessione, oppure una fonte di distrazione e isolamento. Tutto dipende dall’educazione e dalla cultura che lo circondano.
Come conclude Turuani, «il vero cambiamento nascerà quando il tempo disconnesso sarà percepito come normale, e non come una privazione». Educare all’equilibrio, più che vietare: è questa la sfida delle nuove generazioni digitali, che non vogliono rinunciare alla tecnologia, ma imparare finalmente a viverla con consapevolezza.