Nel Mediterraneo centrale, al largo delle coste libiche, sessantacinque persone sono state soccorse in due diverse operazioni nello stesso giorno in cui è stato rinnovato il Memorandum tra Italia e Libia. Un tempismo che ha riportato al centro dell’attenzione pubblica il tema dei rapporti con Tripoli e delle conseguenze umanitarie di quell’accordo.
I primi trentasette migranti viaggiavano su un piccolo barchino in vetroresina, gli altri su un gommone talmente piccolo da sembrare un canotto. Entrambe le imbarcazioni erano sovraccariche, instabili e inadatte alla navigazione, come definito spesso dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. I naufraghi erano in mare da giorni, senza cibo né acqua, esposti al sole e alle onde di un mare tutt’altro che calmo.
Secondo i racconti raccolti dopo il salvataggio, alcuni dei ventotto trovati sul gommone erano in mare da quattro giorni e tre notti. Avevano terminato le scorte di viveri e acqua, e molti di loro mostravano segni di disidratazione e ipotermia. Solo quando hanno capito di trovarsi su una nave europea e non di fronte alla Guardia costiera libica o a una milizia, hanno realizzato di essere finalmente al sicuro. Alcuni si sono inginocchiati, altri sono rimasti in silenzio, increduli.
Tra i sopravvissuti ci sono oltre venti minorenni, compresi tre ragazze che viaggiavano da sole. Tutti mostrano ferite, lividi e cicatrici che raccontano esperienze di violenza e detenzione nei centri libici. Una donna ha riferito di essere rimasta per settimane in una buca sotterranea con centinaia di altre persone, mentre un giovane ha raccontato di essere stato rinchiuso con decine di uomini in celle senza spazio né aria.
Le storie dei naufraghi riportano alla luce il lato più oscuro del Memorandum firmato per la prima volta nel 2017 e ora nuovamente confermato: l’accordo che prevede il sostegno italiano alla Guardia costiera libica, responsabile dei respingimenti e del controllo dei flussi migratori. Organizzazioni internazionali e associazioni per i diritti umani denunciano da anni che questo sistema contribuisce a perpetuare violenze, abusi e detenzioni arbitrarie nei centri di raccolta in Libia.
L’episodio riapre il dibattito sull’efficacia e sulla moralità di un’intesa che, nelle intenzioni dei governi, dovrebbe contenere i flussi migratori ma che, nella pratica, ha trasformato il Mediterraneo in una delle rotte più letali al mondo. Secondo i dati delle Nazioni Unite, dall’inizio dell’anno migliaia di persone hanno perso la vita tentando la traversata, mentre molte altre sono state intercettate e riportate nei centri di detenzione.
Le sessantacinque persone tratte in salvo ora attendono di essere trasferite in un porto sicuro, dove potranno ricevere cure mediche e supporto psicologico. Le loro condizioni fisiche sono precarie, ma ciò che emerge soprattutto sono le ferite invisibili lasciate da mesi di violenze, sfruttamento e paura.
Questo salvataggio, avvenuto proprio nel giorno della conferma del Memorandum, mette ancora una volta a confronto due visioni opposte: da un lato la gestione politica e securitaria dei confini, dall’altro la realtà umana di chi rischia la vita per attraversarli. Un contrasto che continua a definire, in modo drammatico, il volto del Mediterraneo contemporaneo.