A due settimane dagli accordi di Sharm el-Sheikh e dal cessate il fuoco tra Israele e Hamas, il dibattito internazionale continua a dividersi tra chi considera la tregua un passo necessario verso la stabilità e chi la percepisce come una forma mascherata di sopraffazione. Le voci critiche più forti arrivano da figure di spicco come Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi, e la giornalista Rula Jebreal, che denunciano il rischio di un “falso processo di pace” volto a consolidare il controllo israeliano sui territori occupati.

Le critiche al piano di pace

Durante la recente marcia Perugia–Assisi, Albanese ha espresso la sua posizione con parole che hanno suscitato un acceso dibattito politico e mediatico: “Temo che la parola pace completerà ciò che il genocidio non è riuscito a fare”. Una dichiarazione forte, che riflette la convinzione di una parte del movimento pro-Palestina secondo cui la tregua attuale rappresenterebbe non un passo verso la riconciliazione, ma il tentativo di legittimare una sconfitta politica e umanitaria per il popolo palestinese.

Jebreal, dal canto suo, ha definito gli accordi “una farsa”, sostenendo che Israele non avrebbe alcuna reale intenzione di perseguire la pace ma solo di consolidare il proprio dominio militare e territoriale. Secondo la giornalista, “il cessate il fuoco non reggerà, perché la pace promessa è un inganno: un modo per lavare le coscienze senza cambiare la realtà”.

Le due intellettuali, spesso criticate per i loro toni accesi, sono diventate simboli di una corrente che considera il piano di pace promosso da Donald Trump e Benjamin Netanyahu una strategia geopolitica mascherata da diplomazia.

Una sinistra divisa tra idealismo e realpolitik

La posizione di Albanese e Jebreal trova eco in una parte della sinistra europea e italiana, ma genera anche forti contrasti. Il Partito Democratico appare lacerato tra l’ala progressista che denuncia le responsabilità di Israele e quella più moderata che difende il processo di pacificazione come strumento indispensabile per proteggere civili da entrambe le parti.

Nel Movimento Cinque Stelle, la linea resta ambigua: da un lato il presidente Giuseppe Conte ha invocato “giustizia per Gaza e processi internazionali per chi si è macchiato di crimini di guerra”; dall’altro, ha ribadito che “il piano di pace va preservato, perché rappresenta l’unica via per garantire un futuro a entrambe le popolazioni”.

Questa contraddizione riflette un equilibrio fragile: sostenere i diritti dei palestinesi senza apparire ostili al percorso diplomatico promosso da Washington e da una parte della comunità internazionale.

L’ombra lunga delle accuse all’ONU

A riaccendere le polemiche è stato il nuovo rapporto delle Nazioni Unite, firmato proprio da Francesca Albanese, dal titolo “Genocidio di Gaza: un crimine collettivo”. Nel documento si parla apertamente di “responsabilità condivisa degli Stati terzi”, tra cui anche l’Italia, accusati di aver fornito supporto politico o militare a Israele durante le operazioni a Gaza.

Il testo ha scatenato una tempesta diplomatica: da un lato chi plaude al coraggio di denunciare ciò che definisce “complicità occidentale”, dall’altro chi accusa Albanese di parzialità e di usare la propria carica per finalità ideologiche.

La piazza non si spegne

Nonostante il cessate il fuoco, le manifestazioni pro-Palestina non accennano a diminuire. Nei cortei organizzati in diverse città italiane, molti attivisti continuano a sventolare bandiere palestinesi gridando “Libertà per Gaza”, mentre la componente sindacale, rappresentata dalla Cgil di Maurizio Landini, intreccia il tema della solidarietà internazionale con la critica sociale alla politica economica del governo Meloni.

Le posizioni radicali però rischiano di isolare il movimento. Il mondo politico, compresa la premier, ha bollato alcune dichiarazioni come “strumentalizzazioni ideologiche”, sottolineando come nessun processo di pace possa essere fondato su accuse unilaterali e rifiuto del dialogo.

Pace, potere e memoria

Il conflitto tra Israele e Palestina rimane una ferita aperta nel cuore del Medio Oriente, ma anche una battaglia simbolica per la narrazione globale. Da un lato chi vede nel dialogo – pur imperfetto – l’unico modo per fermare il sangue, dall’altro chi considera ogni compromesso una resa morale.

In questo scenario, le parole di Albanese e Jebreal continuano a dividere: per alcuni rappresentano la voce coraggiosa di chi denuncia un’ingiustizia storica, per altri un ostacolo alla costruzione di un equilibrio politico realistico.

Una cosa però è certa: mentre i leader mondiali discutono di tregue e accordi, la pace resta un concetto fragile, sospeso tra diplomazia e disillusione. E nel rumore di fondo delle piazze e delle aule politiche, la domanda resta aperta: può davvero esistere una pace costruita sull’ombra del dominio?

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