Il lavoro nero torna a espandersi in Italia, riportando al centro del dibattito uno dei problemi strutturali più gravi del Paese. Dopo un breve calo registrato nel periodo post-pandemico, l’economia sommersa ha ripreso a crescere con forza, tanto da rappresentare nel 2023 oltre il 9% del Prodotto interno lordo nazionale. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istat, il valore complessivo delle attività non osservate — tra lavoro irregolare e pratiche illegali — ha raggiunto i 217,5 miliardi di euro, in aumento del 7,5% rispetto al 2022.
Un’economia parallela che coinvolge più di 3 milioni e 130 mila persone, cresciuta in un solo anno di circa 145 mila unità, pari a un incremento del 4,9%. Un dato quasi doppio rispetto alla crescita del lavoro regolare, che nello stesso periodo ha fatto registrare un aumento del 2,4%, equivalente a poco più di 500 mila unità lavorative annue standard (Ula).
Dietro queste cifre si cela un quadro complesso e preoccupante. Il cosiddetto “sommerso da lavoro” — cioè il valore aggiunto nascosto attraverso sotto-dichiarazioni, finte fatturazioni o impiego di manodopera non in regola — continua a rappresentare la fetta più ampia dell’economia non osservata. Dei 217,5 miliardi stimati, 185 miliardi derivano direttamente da attività lavorative irregolari, segno che il problema non è solo legato alla criminalità economica o agli scambi illegali, ma anche a una diffusa fragilità del mercato del lavoro.
L’incidenza maggiore si riscontra nel settore terziario, dove il tasso di irregolarità ha toccato il 13,9%. All’interno di questo comparto, spiccano gli “Altri servizi alle persone” — un insieme di attività che include colf, badanti, baby-sitter, estetisti e piccoli artigiani — con un’incidenza record del 40,5%. Un dato che conferma come la domanda di lavoro domestico e di assistenza privata sia spesso soddisfatta attraverso canali informali, privi di tutele contrattuali e di sicurezza previdenziale.
Significativi anche i livelli di irregolarità in agricoltura (17,6%), dove il lavoro stagionale e il caporalato restano fenomeni diffusi, e nei settori del commercio, dei trasporti, dell’alloggio e della ristorazione (15%), comparti fortemente colpiti dalla pandemia e oggi in piena ripresa, ma ancora caratterizzati da contratti precari e turni non dichiarati. Anche le costruzioni (12,8%) continuano a rappresentare un’area critica, dove il lavoro in nero si intreccia spesso con la mancanza di controlli sui cantieri e con una concorrenza al ribasso che penalizza le imprese regolari.
Il fenomeno non ha solo un impatto economico, ma anche sociale. La perdita di gettito fiscale e contributivo pesa sulle casse dello Stato, mentre milioni di lavoratori restano esclusi da ogni forma di protezione. Il sindacato Cgil ha sottolineato come “il lavoro nero rifletta un grave arretramento dei diritti e delle tutele, ma anche una distorsione del mercato che danneggia le imprese oneste e alimenta la concorrenza sleale”.
Dalla Uil arriva invece l’appello a “rafforzare la tracciabilità delle transazioni economiche e rendere più efficaci gli strumenti di controllo”. La proposta si inserisce in un contesto in cui, secondo le stime, gran parte delle attività sommerse si concentra nei rapporti diretti tra famiglie e lavoratori, difficili da monitorare senza una revisione complessiva del sistema di regole e incentivi.
L’aumento del lavoro irregolare va inoltre letto alla luce di un mercato del lavoro che resta segnato da salari bassi, inflazione crescente e scarsa mobilità sociale. Molte famiglie si affidano al nero non solo per risparmiare, ma anche per necessità: un equilibrio precario che espone a rischi legali e umani tanto chi offre quanto chi riceve la prestazione.
Gli esperti avvertono che, senza interventi strutturali, la crescita dell’economia non osservata rischia di minare la ripresa economica nazionale. Tra le soluzioni proposte figurano incentivi all’emersione, semplificazione dei contratti, rafforzamento dell’Ispettorato del lavoro e politiche fiscali più favorevoli per le famiglie che regolarizzano i collaboratori domestici.
L’Italia, storicamente tra i Paesi europei con il più alto tasso di lavoro irregolare, si trova dunque di fronte a una sfida cruciale: trasformare la lotta al sommerso in una priorità nazionale. Perché senza legalità, formazione e tutele, la crescita economica rischia di rimanere soltanto un’illusione statistica.