Era il 4 settembre 2024 quando Pamela Genini, 29 anni, si presentò al pronto soccorso dell’ospedale di Seriate con una mano dolorante e un dito fratturato. Dietro quella ferita c’era un’aggressione violenta del compagno, Gianluca Soncin, l’uomo che poco più di un anno dopo l’avrebbe uccisa con oltre trenta coltellate. Quel giorno, però, nonostante un quadro chiarissimo di violenze ripetute, la macchina della protezione non si mise in moto: il codice rosso, previsto dalla legge per le vittime di abusi e maltrattamenti, non scattò.
Durante il ricovero, la giovane donna fu sottoposta al “Brief Risk Assessment”, un questionario che serve a valutare il livello di pericolo nelle relazioni violente. Le risposte di Pamela non lasciavano dubbi: quattro “Sì” su cinque alle domande più gravi, un segnale inequivocabile di rischio altissimo. Alla domanda “Crede che lui sia capace di ucciderla?”, rispose senza esitazioni: “Sì”. E lo stesso fece quando le venne chiesto se la violenza fosse aumentata, se fosse mai stata minacciata con un’arma e se il compagno fosse ossessivamente geloso. Solo una risposta negativa, quella relativa a episodi in gravidanza.
Le linee guida nazionali stabiliscono che tre risposte positive su cinque siano sufficienti per attivare immediatamente misure di protezione. In questo caso, nonostante il punteggio di rischio massimo, la procedura non fu applicata. Pamela rimase in ospedale per oltre cinque ore, ma il suo caso non venne segnalato alla Procura come prevede la normativa. Nel verbale medico è riportata una frase che oggi pesa come un macigno: “Colloquio con le forze dell’ordine: non vi è indicazione ad attivazione del codice rosso”.
Il racconto di quella giornata è dettagliato. Pamela spiegò ai sanitari che la sera precedente, a Cervia, era stata picchiata da Soncin, un uomo in cura per disturbi psichiatrici. “Mi ha buttata a terra, colpita alla testa, trascinata per i capelli e colpita con pugni. Mi ha lanciato addosso oggetti, rompendomi un dito”, dichiarò. Negò violenze sessuali in quella circostanza, ma ammise che erano già avvenute in passato. Disse anche che si trattava di un comportamento ricorrente, fatto di minacce, insulti e aggressioni fisiche, e che i carabinieri erano già intervenuti, senza però ricevere da lei una denuncia formale.
Nonostante tutto, il meccanismo di tutela previsto dalla legge 69/2019 non si attivò. I carabinieri di Seriate, presenti in ospedale, acquisirono il referto e lo trasmisero per competenza ai colleghi di Cervia, dove era avvenuto l’episodio. Da lì, l’annotazione tornò indietro a Seriate, in un rimpallo burocratico che fece perdere tempo e responsabilità. Nessuno attivò la piattaforma informatica “Scudo”, utilizzata per monitorare casi di violenza domestica anche in assenza di denuncia. Né la Procura di Bergamo né quella di Ravenna ricevettero segnalazioni, e nessuna misura preventiva venne disposta.
Quel fallimento istituzionale, oggi, è al centro delle indagini della Procura di Milano, che sta ricostruendo ogni passaggio per capire come un sistema nato per salvare vite sia potuto restare inerte. Gli inquirenti hanno acquisito i referti medici, i verbali dei carabinieri e la documentazione ospedaliera, cercando di stabilire perché la procedura di emergenza non sia mai stata attivata.
Nel frattempo emergono dettagli sempre più drammatici. L’autopsia ha confermato che Pamela è stata colpita con più di trenta fendenti, di cui tre letali al cuore. Secondo i testimoni, l’aggressione è durata lunghi minuti e la giovane si sarebbe resa conto di stare morendo. Un epilogo terribile che getta un’ombra su una vicenda già segnata da negligenze e sottovalutazioni.
Il caso di Pamela Genini solleva ancora una volta interrogativi profondi sul funzionamento del “codice rosso”, la legge introdotta per garantire un intervento tempestivo contro la violenza di genere. In teoria, la normativa impone un’azione immediata da parte delle forze dell’ordine e della magistratura entro 48 ore dalla segnalazione. In pratica, il percorso si inceppa troppo spesso tra burocrazia, carenze di personale e mancanza di coordinamento.
Secondo le statistiche del Ministero dell’Interno, nel 2024 sono stati registrati oltre 120 femminicidi in Italia, molti dei quali preceduti da segnalazioni o richieste d’aiuto rimaste senza esito. Il caso di Pamela non è un’eccezione, ma un simbolo delle falle di un sistema che fatica a trasformare le parole in protezione reale.
Oggi, mentre la giustizia indaga per chiarire le responsabilità, resta una domanda aperta: quante vite si sarebbero potute salvare se le procedure previste dalla legge fossero state applicate con rigore e tempestività? La storia di Pamela Genini è l’ennesima testimonianza di un’emergenza che non è solo sociale, ma istituzionale. E che continua, giorno dopo giorno, a chiedere risposte concrete e azioni immediate per fermare la spirale di violenza contro le donne.