Circa 970 milioni di euro per gli 11 mila magistrati italiani, tra arretrati e aumenti in busta paga. È la cifra che, secondo un’analisi del Sole 24 Ore, sarà destinata alle toghe dal «Fondo sentenze» per il 2027. Il fondo è indicato nel Documento programmatico di bilancio e vale complessivamente circa 1,9 miliardi. Non si tratta di una scelta politica del governo, ma dell’esecuzione di pronunce definitive della giustizia amministrativa.
I magistrati, come gli avvocati dello Stato, i professori universitari e i militari, appartengono al personale «in regime di diritto pubblico»: le loro retribuzioni non si negoziano con i sindacati, ma sono fissate per legge. La legge 27 del 1981 prevede che ogni tre anni lo stipendio delle toghe venga adeguato in misura pari alla media degli aumenti ottenuti nel triennio precedente dalle categorie del pubblico impiego con contratto. L’Istat calcola la percentuale e la presidenza del Consiglio la recepisce con un decreto.
Per decenni il sistema ha funzionato senza contestazioni. Poi l’Associazione nazionale magistrati e alcuni magistrati ordinari hanno impugnato il decreto del 6 agosto 2021, relativo al triennio 2018-2020. Con le sentenze 6003 e 6004 del 9 luglio 2025, la Settima sezione del Consiglio di Stato ha dato loro ragione su più punti.
Il primo riguarda la base di calcolo: andavano considerate tutte le componenti della retribuzione dei dipendenti pubblici, comprese le indennità, e non solo lo stipendio tabellare. Il secondo riguarda la platea: secondo la ricostruzione del Sole, erano stati esclusi comparti come quello delle Autorità indipendenti, dove gli aumenti sono stati più consistenti. Il terzo è il più pesante sul risultato: l’Istat aveva usato una media ponderata sul numero dei dipendenti, mentre la legge impone una media aritmetica tra categorie, un metodo che nei fatti produce aumenti più alti.
La stessa sorte è toccata al triennio successivo. Con la sentenza 14271 pubblicata il 14 agosto 2026, il Tar del Lazio ha annullato gli atti alla base dell’adeguamento 2021-2023, fissato al 6,69% dal decreto del 3 giugno 2024, e ha ordinato il ricalcolo. Il governo ha perso anche i giudizi di ottemperanza: i decreti che riallineano le retribuzioni dal 2018 al 2023 sono pronti e spetta alla legge di bilancio stanziare le risorse.
Secondo i calcoli riportati dal Sole 24 Ore, l’operazione vale oltre 70 mila euro a testa di arretrati una tantum e circa 20 mila euro l’anno di aumento strutturale, con picchi fino a 100 mila per le figure apicali. Le somme maggiori andranno ai 10.638 magistrati già in servizio nel 2018. Si tratta di costi lordi a carico dello Stato, comprensivi dei contributi: le cifre nette percepite sono inferiori. Gli aumenti riguardano la magistratura ordinaria, amministrativa e contabile e si estendono agli avvocati dello Stato. Resta aperto il triennio 2024-2026.
L’Anm contesta le cifre: «Gli importi effettivi sono di gran lunga inferiori a quelli riportati: si parla per un magistrato con 20 anni di esperienza, di una cifra che non arriva a un quarto di quanto scritto. Si tratta, peraltro, di componenti stipendiali dovute per legge, che l’amministrazione ha omesso per anni di corrispondere. Il loro ammontare è la diretta conseguenza dei ritardi accumulati nel pagamento».


