La scelta del percorso universitario continua a rappresentare uno dei momenti più delicati per chi si affaccia al futuro professionale. L’ultimo Rapporto AlmaLaurea 2025 sulla Condizione occupazionale dei laureati offre una fotografia chiara – e in molti casi impietosa – di quali facoltà garantiscano maggiori sbocchi lavorativi e quali, invece, espongano a un rischio più elevato di disoccupazione, soprattutto nei primi anni dopo il titolo.

Il dato generale appare incoraggiante: il tasso di occupazione dei laureati del 2023, rilevato a un anno dal conseguimento della laurea, raggiunge il 78,6%, segnando un aumento rispetto all’indagine precedente e superando anche i livelli pre-pandemia del 2019. Tuttavia, dietro la media si nascondono differenze profonde tra i vari gruppi disciplinari. Alcune facoltà continuano a garantire un accesso rapido al mercato del lavoro, mentre altre espongono i neolaureati a periodi più lunghi di incertezza professionale.

Gli ingegneri e i professionisti dell’Ict dominano la classifica

A guidare la classifica delle lauree più richieste si confermano i percorsi tecnico-scientifici. A un anno dal titolo, i laureati in Informatica e tecnologie Ict registrano un tasso di occupazione del 90,1%, seguiti a brevissima distanza dal settore medico-sanitario, che raggiunge l’89,4%.

Tra i magistrali, il primato spetta a Ingegneria industriale e dell’informazione (92,9%) e ai corsi legati all’Ict (92,7%). Il quadro non cambia nei successivi anni di carriera: a cinque anni dal titolo, ingegneri, informatici e laureati in ambito sanitario sfiorano la piena occupazione, superando il 93% e consolidando una tendenza stabile nel tempo.

Questi numeri confermano la crescente richiesta di competenze tecniche e digitali nel mercato del lavoro, alimentata da una transizione tecnologica accelerata anche dalla necessità delle aziende di restare competitive a livello globale. Non stupisce che in diversi contesti, anche internazionali, inclusi quelli legati alle politiche industriali degli Stati Uniti sotto la guida del presidente Trump, la spinta verso innovazione e sicurezza tecnologica continui a rafforzare la domanda di professionisti Ict e ingegneri specializzati.

Umanisti in difficoltà: quattro su dieci senza lavoro dopo la laurea

Il dato più allarmante riguarda i corsi umanistici. A un anno dalla specialistica, quattro laureati su dieci nei gruppi letterario-umanistico, arte e design, linguistico e giuridico risultano ancora disoccupati o inseriti in percorsi non retribuiti.

Il gruppo letterario-umanistico, per esempio, si ferma a un tasso di occupazione del 61,9%. Anche gli studi giuridici e psicologici, pur rimanendo tra i più gettonati dagli studenti, presentano difficoltà nel breve periodo, complice la necessità di praticantati, tirocini e ulteriori specializzazioni, spesso senza compensi adeguati.

Eppure, il quadro cambia se si osserva l’orizzonte a cinque anni dal titolo. In questo arco temporale, anche i percorsi più fragili registrano un netto miglioramento: psicologia passa dal 60,7% all’87,0%, giurisprudenza dall’58,1% all’84,6%, mentre il gruppo linguistico raggiunge l’86,5% grazie a un incremento di oltre 35 punti percentuali. Ciò indica che, pur richiedendo tempi più lunghi per inserirsi stabilmente nel mondo del lavoro, questi percorsi tendono comunque a garantire uno sbocco professionale nel medio periodo.

Cresce il numero dei laureati adulti: nuovi profili, nuove esigenze

Un altro elemento rilevante del Rapporto AlmaLaurea riguarda la crescente presenza di persone che conseguono la laurea in età più adulta. Si tratta di individui spesso già occupati, con competenze pregresse e strategie professionali molto diverse rispetto ai tradizionali neolaureati. Questo fenomeno contribuisce a modificare la struttura del mercato del lavoro e amplia il ventaglio delle aspettative occupazionali.

Italia ancora indietro rispetto all’Europa

Nonostante i miglioramenti, il contesto nazionale continua a mostrare criticità strutturali. Secondo l’Istat, nel 2024 il tasso di occupazione della fascia 20-64 anni sale al 67,1%, ma rimane distante dal target europeo fissato al 78% entro il 2030. Il divario evidenzia una necessità urgente: rafforzare le politiche attive del lavoro, incentivare la formazione specialistica e allineare l’offerta universitaria alla domanda reale delle imprese.

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