Dopo settimane di attesa, rinvii inspiegabili e un’ondata di polemiche, No Other Land approda finalmente sulla televisione pubblica italiana. Il docufilm premiato agli Oscar, che racconta l’occupazione israeliana nei territori palestinesi della Cisgiordania, verrà trasmesso il 15 novembre su Rai 3 alle 21:20. E questa volta, almeno secondo quanto trapela dagli ambienti Rai, non dovrebbero esserci ulteriori cambi di programma.

Si tratta di una messa in onda dal forte valore simbolico e politico, considerando che il documentario è già stato rinviato due volte dopo essere entrato ufficialmente nel palinsesto.

Il cuore del documentario: la storia spezzata di Masafer Yatta

No Other Land racconta un pezzo di realtà spesso ignorato dall’informazione mainstream: la progressiva distruzione del villaggio palestinese di Masafer Yatta, situato nella parte meridionale della Cisgiordania. Una comunità rurale fatta di famiglie, campi e piccole abitazioni, nel mirino dell’esercito israeliano sin dagli anni ’80.

Il territorio su cui sorge Masafer Yatta viene dichiarato “Fire Zone 918”, un’area destinata a esercitazioni militari. Questa decisione comporta un ordine preciso:
radere al suolo le case considerate abusive e sfollare gli abitanti palestinesi.

La telecamera entra tra quelle strade polverose grazie al lavoro dell’attivista palestinese Basel Adra, che a partire dal 2019 decide di documentare demolizioni, sgomberi e tensioni in corso. I suoi video, girati spesso in condizioni difficili, diventano una testimonianza diretta di ciò che accade in una delle aree più contese del Medio Oriente.

Quei filmati colpiscono il giornalista e attivista israeliano Yuval Abraham, che sceglie di unirsi al progetto trasformando la documentazione in un racconto condiviso, costruito “a due voci”. Il loro lavoro si trasforma in un film-documentario potente, duro e allo stesso tempo intriso di umanità, che mostra l’impatto concreto dell’occupazione sulla vita delle persone.

Il progetto riceve il sostegno di Amnesty International e Medici Senza Frontiere, trovando spazio nei cinema di tutto il mondo. A marzo, arriva la consacrazione definitiva: vincitore del premio Oscar come Miglior Documentario.

La messa in onda mancata due volte: un caso mediatico

La Rai aveva inizialmente programmato il film per il 7 ottobre, a due anni dall'attacco terroristico di Hamas contro Israele. Una scelta destinata a generare tensioni sin da subito.

Pochi giorni prima della messa in onda, tutto salta: al posto del documentario va in onda uno speciale sulla crisi in Medio Oriente.

La pellicola viene quindi riprogrammata per il 21 ottobre su RaiPlay. Anche questa trasmissione però viene sospesa all’ultimo minuto.

A spiegare pubblicamente il motivo del doppio rinvio è stato il direttore Cinema e Serie TV Rai, Adriano De Maio, che ha dichiarato:

“La prevista collocazione del 21 ottobre non era in sintonia con il clima di speranza per la pace recentemente firmata. Ho chiesto di rinviare la trasmissione a un momento più stabile, così che il pubblico possa apprezzare la storia di amicizia e convivenza raccontata dal documentario”.

Una motivazione che molti critici hanno giudicato debole, mentre sui social si parlava apertamente di “censura preventiva”.

Perché la messa in onda del 15 novembre è così importante

La trasmissione su Rai 3 segna un punto fermo in una vicenda che ha assunto dimensioni nazionali. Portare No Other Land sulla TV pubblica significa garantire al pubblico italiano la possibilità di vedere un’opera che ha conquistato critici e festival, attirando però anche le critiche dei sostenitori di Israele, che ne contestano la prospettiva.

Il documentario non vuole essere un’inchiesta geopolitica, ma un racconto umano: la storia di un villaggio che rischia di scomparire e di due attivisti – palestinese e israeliano – che scelgono di raccontarlo insieme.

Dopo il doppio rinvio, la data del 15 novembre assume quasi un valore politico: la Rai, almeno per una sera, decide di non tirarsi indietro.

La domanda ora è solo una: il pubblico italiano sarà finalmente messo nelle condizioni di vedere il documentario senza nuove sorprese? Tutto porta a credere di sì. E questa volta, la storia di Masafer Yatta avrà finalmente la sua voce sugli schermi nazionali.

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