Roma si è tinta di determinazione e solidarietà nella giornata del 5 novembre, quando decine di giornaliste si sono radunate in piazza Capranica per un flash mob dal forte valore simbolico. “Non con la mia faccia” è stato il grido che ha attraversato il centro della capitale, un coro corale e potente contro la violenza sulle donne e contro l’ultima frontiera dell’abuso: la manipolazione delle immagini e dei video a sfondo pornografico attraverso l’intelligenza artificiale.
L’iniziativa, organizzata dal collettivo Giornaliste Italiane, ha avuto lo scopo di denunciare una forma di violenza sempre più diffusa ma ancora troppo poco riconosciuta: quella digitale. Diverse professioniste dell’informazione, infatti, sono state recentemente vittime di deepfake, contenuti generati o alterati digitalmente per inserirle in contesti sessualmente espliciti, senza il loro consenso. Video e foto manipolati che, una volta diffusi online, diventano strumenti di umiliazione, ricatto e disinformazione.
A sostenere le giornaliste sono arrivati anche rappresentanti del mondo politico e istituzionale, uniti da un messaggio comune: la difesa della dignità e della libertà delle donne passa anche attraverso la tutela della loro immagine. Tra i presenti, il leader di Azione Carlo Calenda, la ministra per le Pari Opportunità Eugenia Roccella e l’esponente di Italia Viva Maria Elena Boschi — quest’ultima, a sua volta, vittima di manipolazioni diffamatorie a sfondo sessuale circolate in rete durante l’estate.
L’evento è stato aperto da un minuto di silenzio dedicato a Octav Stroici, l’operaio morto nel recente crollo della Torre dei Conti a Roma, un gesto che ha voluto estendere la solidarietà anche a tutte le vittime dell’incuria e della violenza. Poi la piazza si è riempita di parole forti, di testimonianze e di un invito chiaro: denunciare.
“Non siamo vittime e non vogliamo esserlo — ha dichiarato la ministra Eugenia Roccella —. La nostra libertà è un bene collettivo, non riguarda solo le donne. Difendere la libertà femminile significa difendere la libertà di tutti.” Parole che hanno trovato ampio consenso tra i presenti, in una giornata in cui la piazza è diventata luogo di consapevolezza e resistenza.
Durante la manifestazione, Laura Semenzato, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e sulla violenza di genere, ha ribadito l’urgenza di una presa di responsabilità collettiva. “Il messaggio fondamentale è la responsabilità: delle piattaforme digitali, dei gestori, e soprattutto di chi commette questi reati. La violenza non è solo fisica. Oggi è anche digitale, entra nelle case e diventa dominio di tutti.”
Il riferimento è alle nuove forme di violenza che si sviluppano in rete, dove l’anonimato e la velocità di diffusione amplificano i danni. Dall’uso improprio delle immagini personali fino ai deepfake generati con l’intelligenza artificiale, il confine tra realtà e manipolazione si è fatto sempre più sottile, lasciando le vittime esposte a conseguenze devastanti.
Proprio per contrastare questo fenomeno, a settembre è stata approvata una nuova norma — l’articolo 612 quater del Codice penale — entrata in vigore il 10 ottobre. La legge introduce pene severe, da uno a cinque anni di reclusione, per chi crea o diffonde contenuti falsificati a fini diffamatori o sessuali. Un passo importante, ma che secondo le giornaliste presenti deve essere accompagnato da un profondo cambiamento culturale.
“Serve un’educazione digitale che insegni rispetto e consapevolezza,” hanno sottolineato alcune partecipanti, “perché dietro ogni immagine c’è una persona vera, una storia, una dignità.”
Il flash mob di piazza Capranica non è stato solo una protesta, ma un atto di affermazione collettiva. Un momento di sorellanza e coraggio che ha unito giornaliste, politiche e cittadine nella battaglia contro la violenza, qualunque forma essa assuma.
“Non con la mia faccia” è diventato molto più di uno slogan: è una promessa. Quella di non restare in silenzio, di difendere il diritto alla propria identità, di opporsi alla cultura dell’abuso che tenta di ridurre le donne a immagini manipolate.
Roma, ancora una volta, ha fatto sentire la sua voce. E questa volta, è la voce di chi dice basta.

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