Era notte fonda quando un telefono ha squillato rompendo il silenzio. Una voce spezzata, carica di paura, ha annunciato l’impensabile: “Achille è andato in coma”. Da quel momento, per la famiglia Polonara, il tempo si è fermato. Il cestista italiano, simbolo di grinta e talento sui parquet di tutta Europa, si trovava nel punto più critico della sua battaglia contro la leucemia mieloide acuta. Dopo un trapianto di midollo osseo che sembrava aver portato speranza, un improvviso trombo ha stravolto tutto.
Nel cuore della notte, all’ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna, la vita del giocatore si è sospesa a un filo. “Le probabilità di sopravvivenza erano bassissime”, hanno riferito i medici. Tutto è accaduto dopo la rimozione del PICC, il catetere che convoglia farmaci e sangue. In un attimo, il cervello è stato privato di ossigeno e Achille è precipitato in un coma profondo. Dieci lunghi giorni di silenzio, di sguardi smarriti e di attesa angosciante.
Accanto a lui, la moglie Erika Bufano non ha mai smesso di sperare. Ogni giorno, seduta accanto al letto, gli parlava, gli teneva la mano, cercando di fargli sentire che non era solo. “Sentivo le voci, ma era come essere in un’altra città”, ha raccontato poi Achille, quando finalmente ha ripreso conoscenza. Era come se la mente viaggiasse altrove, sospesa tra due mondi.
Il risveglio è arrivato all’alba, quando gli occhi di Achille si sono aperti, limpidi e confusi. Erika ha urlato di gioia, ma le è stato detto di non illudersi: non si sapeva se avrebbe parlato, camminato, o riconosciuto la propria famiglia. Eppure, giorno dopo giorno, è accaduto qualcosa di straordinario. Il cestista ha cominciato a muovere le dita, poi a reagire ai suoni, infine alla musica. Una canzone in particolare, “No, io no” di Olly, è diventata la colonna sonora della sua rinascita.
Oggi Achille Polonara può finalmente uscire per qualche ora dall’ospedale. Lo fa su una sedia a rotelle, con un piumino verde e un sorriso che parla più di mille parole. Ha potuto partecipare al quinto compleanno della figlia, Vitoria, un momento che fino a poco tempo fa sembrava impossibile. Ha ricominciato a ridere, ad ascoltare musica, a gustare i piccoli piaceri che la malattia aveva cancellato.
La sua ultima partita risale a giugno, durante la semifinale playoff contro l’Olimpia Milano. Poi il buio: la diagnosi di leucemia, la paura, il trapianto, la speranza e infine il coma. Oggi, ogni respiro per Achille è una vittoria. “Dopo tutto quello che è successo, apprezzo ogni cosa: il caffè del mattino, l’aria fresca, poter dire ‘vado ad allenarmi’. Mi sento fortunato”, ha dichiarato con emozione.
La sua storia non è solo quella di un atleta che ha sfidato la morte, ma quella di un uomo che ha imparato a rinascere. Ogni passo che compie, ogni parola che pronuncia è una testimonianza di forza e di amore. Erika, la moglie che non ha mai smesso di credere, è la sua compagna di battaglia, l’ancora che lo ha tenuto aggrappato alla vita.
La strada verso la completa guarigione è ancora lunga, ma il peggio sembra alle spalle. Il sorriso di Achille Polonara, oggi, è il simbolo di una vittoria che va oltre lo sport: quella della speranza, della resilienza e della potenza dell’amore.
Un campione che ha affrontato la partita più difficile della sua vita e che, con la stessa determinazione con cui difendeva il canestro, ha deciso di non arrendersi. Perché certe partite si vincono solo con il cuore.